"La mia anima di giorno"

5 sguardi sul nostro recente passato, di Fabio Calvi

COLPO DI SCENA
Da lunedì 24 dicembre 2018 a venerdì 04 gennaio 2019 alle 13:30

"Non siamo più capaci di immaginare il futuro e allora ci rivolgiamo al passato, alimentando nostalgie e rimpianti".

Lo si sente spesso dire negli ultimi anni, durante i quali i ritmi dei cambiamenti in tutti gli ambiti sociali e della comunicazione sono mutati ad una velocità così vertiginosa, da far apparire obsoleto, quanto solo ieri era all’avanguardia.

Non sono questi i presupposti che mi hanno spinto a dare uno sguardo curiosando nella recente storia del nostro territorio.

Mi piaceva vedere con quali occhi gli scrittori “nostrani” ci hanno visto e descritto nella prima metà del secolo scorso, fino grosso modo all’arrivo del boom economico, che ha avuto come conseguenza la scomparsa inesorabile del mondo al quale appartenevamo e che ci ha visto crescere.

Ed essendo nato nel 1944 ho respirato quell’aria e ho camminato lungo quelle strade sempre meno ghiaiose e sempre più “catramate”.

Ho scelto 5 scrittori: Vittore Frigerio, Orlando Spreng, Pio Ortelli, Ugo Frey e Rinaldo Spadino e rivisitato alcuni dei loro racconti.

L’ho fatto con ampia libertà di “raccontare” i loro “racconti” a modo mio, cercando però di essere fedele alle atmosfere rievocate, ai personaggi e al loro parlare.  Cosa ne è venuto fuori? In 10 puntate un mondo scomparso, certo, ma senza il quale, oggi non saremmo quello che siamo e che saremo.

Fabio Calvi, autore e regista
Agosto 2018

 

24-26.12.18 Vittore Frigerio, 1885-1961

Vittore Frigerio, originario di Cureggia ma nato a Milano è rimasto “milanes” anche nella parlata dialettale. Ha diretto il Corriere del Ticino per un periodo infinito, dal 1912 al 1957. Testimoniando quindi quasi 5 decenni di storia, da quella grande (due guerre mondiali) alla minuscola cronaca di provincia.

Autore assai prolifico, ha scritto oltre una ventina di romanzi, numerosi racconti, tutti incentrati sul quello che allora era il nostro piccolo mondo, fatto di persone, avvenimenti minuti, narrati quasi sottovoce.

Il suo sguardo era rivolto prevalentemente verso quelle case, quegli uomini, quelle donne, che vedeva tutti i giorni, a Lugano o in giro per le nostre valli. E il loro parlare. E scrutarli con un rapido sguardo capace di leggerne i segreti, belli o brutti, che portavano in giro.

Ha avuto anche la fortuna di vedere tradotte alcune sue opere anche in olandese; sarebbe interessante poter ascoltare la traduzione di una lingua sostanzialmente addolcita in quei suoni così gutturali ed aspri.

Polemista quotidiano, con lo pseudonimo di “Gavroche”, il ragazzo di strada de “I miserabili”, ha saputo cogliere negli sguardi dei suoi contemporanei, sprazzi di analisi lucide, a volte impertinenti, ma sempre pertinenti a come eravamo.

Attualità culturale 24.12.18 Vittore Frigerio. Nel racconto di Arnaldo Alberti

Attualità culturale 25.12.18 Vittore Frigerio. Nel racconto di Enrico Morresi

Attualità culturale 26.12.18 Vittore Frigerio. Nel racconto di Ernesto Rumpel

 

27-31.12.18 Pio Ortelli, 1910-1963

Pio Ortelli, tra gli autori rievocati in questa breve rassegna, è colui che con un romanzo del 1948 “La cava della sabbia”, ha segnato profondamente la storia delle lettere in terra ticinese.

Il lavoro uscito nello stesso anno con il romanzo di Felice Filippini “il Signore dei poveri morti” segna uno spartiacque definitivo con il mondo narrativo di Francesco Chiesa e di Giuseppe Zoppi, fino ad allora i “patriarchi” del nostro piccolo mondo antico.

“Tempo di Marzo” e “Il libro dell’Alpe” erano i testi scolastici che per anni hanno raccontato anestetizzandoci il mondo nel quale eravamo nati.

Arriveranno poi Plinio Martini e Giovanni Orelli a rompere definitivamente con una scrittura, fino ad allora, tutta tesa a raccontare il durissimo tran tran quotidiano, con rassegnazione, quasi quasi con l’accettazione del volere divino.

Nel 1944 sarà tra i fondatori dell’ASSI, l’Associazione degli Scrittori della Svizzera Italiana (ora Associazione Svizzera degli Scrittori di lingua Italiana): la sua voce diventerà spesso visionaria in una società che cominciava a cambiare ritmo nello sviluppo anche intellettuale.

Del 1960 infatti una sua relazione “Lo scrittore, la stampa e la radio-televisione” (questa ultima una diavoleria la definirà Mario Agliati): Pio Ortelli non fa altro che segnalare “il disagio degli scrittori ticinesi nei riguardi delle relazioni attuali con la stampa, la radio e la televisione, sollecitando detti enti una maggior comprensione al fine di contribuire al miglioramento della vita culturale e del costume civile generale, sulla base di un dialogo più assiduo ed efficace”.

Invito che non cadrà nel vuoto e darà vita ad un periodo fecondissimo di nuove iniziative culturali nell’ambito radiofonico e televisivo. E che servirà a dissipare un certo velo di inquieta diffidenza che parecchi scrittori e non solo, nutrivano verso questo nuovo “marchingegno” della modernità.

Attualità culturale 27.12.18 Pio Ortelli. Nel ricordo di Renato Martinoni (1./2)

Attualità culturale 28.12.18 Pio Ortelli. Nel ricordo di Renato Martinoni (2./2)

Attualità culturale 31.12.18 Pio Ortelli. Nel ricordo di Flavio Medici

 

01-02.01.19 Ugo Frey, 1924-2016

Ugo Frey, di tutti gli scrittori presentati in questo ciclo è quello che ha vissuto più a lungo, muore infatti nel 2016 a 92 anni.

Di carattere molto umorale, è rimasto nelle cronache della Associazione degli scrittori della Svizzera italiana (oggi Associazione Svizzera degli Scrittori di lingua Italiana), per le sue numerose sfuriate, che di certo hanno contribuito a “vivacizzare” le discussioni.

Una bella e irriverente cronistoria dell’Associazione ha visto la luce nel 1984 per la arguta penna di Mario Agliati, ardito navigatore e cronista di tanti anni di storia letteraria della Svizzera Italiana: le interminabili discussioni, le piccole e grandi invidie, gli umani e reciprochi sentimenti di gelosia, la politica nostrana… insomma tutti gli ingredienti che una provincia come la nostra, con sapiente costanza, metteva in mostra.

Come guardarsi in uno specchio…

Ed Ugo Frey in quello specchio vide riflesse queste ed altre contraddizioni “cantonticinesi”, spazientito lascia il Cantone per Basilea, dove dirigerà per anni Cooperazione.

Tornato a sud delle Alpi in quel di Intragna, darà vita ad una piccola casa editrice, l’Unicorno, scrivendo e ragionando soprattutto delle devianze in ambito sociale.  Frey rappresenta in un certo senso un prolungamento rispetto al periodo storico al centro delle attenzioni degli altri autori.

Il suo sguardo ha fatto in tempo a percorrere anche il ’68 con tutte le implicazioni che ha avuto questa rivoluzione giovanile in Europa e nel mondo. Nel bene e nel male.

Ugo Frey è stato quindi testimone attento, provocatorio, testardamente solitario nelle provocazioni soprattutto della morale che cercava di ergere gli ultimi muri contro l’avanzare della modernità. Sagace, caustico, irriverente ma tutto sommato unico, l’Ugo Edo Frey.

Attualità culturale 02.01.18 Udo Edo Frey. Nel racconto di Fabio Calvi

 

03-04.01.19 Rinaldo Spadino, 1925-1982

Rinaldo Spadino, tra gli scrittori indagati da Fabio Calvi in questa immersione all’indietro nel tempo, è l’unico non ticinese, bensì grigionese, calanchino per la precisione.

E la valle Calanca, la sua valle, il “buco” come la chiamava lui è stata per tutta la sua vita come una madre protettrice, dalla quale non voleva staccarsi.

Vi furono anche ragioni di salute, una poliomielite a 2 anni lo costringe ben presto a vivere sulla sedia a rotelle ed una forma di distrofia muscolare progressiva lo porta a 42 anni alla paralisi completa degli arti.

Imparerà a scrivere tenendo la penna in bocca o a dettare le parole. Di “estro robusto” “narratore di razza” un poco come i monti della sua valle, i boschi che incombono minacciosi sullo scorrere quotidiano, che quasi quasi ti isolano dal resto del mondo, quel mondo che comincia proprio sul fondovalle, a Roveredo.

Mondo che Spadino ha saputo raccontare, senza potersi muovere, rimanendo ancorato dalla sua infermità ad Augio.

Le parole di Spadino spesso non hanno avuto la possibilità di verifiche, fuori dalle sue montagne, sono rimaste grezze, ossute, misteriose come il greto di un fiume: la Calancasca le ha portate poi fuori valle.

Non tutte, molte le ha trattenute tra i massi e i resti di alberi soccombenti alla sua ira, come a ricordare Rinaldo, anche egli “figlio” di quella Valle, matrigna parca di attenzioni con una sola eccezione per questo suo “figlio” unico e irripetibile.

Attualità culturale 03.01.19 Rinaldo Spadino. I ricordi di Giorgio Tognola

Attualità culturale 04.01.19 Rinaldo Spadino si racconta

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