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Osvaldo Soriano, il nostro inviato alla fine del mondo

di Valerio Rosa

  • 16.12.2022
  • 4 min
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  • Letteratura

Dei mondiali del 1942, che si disputarono in Patagonia, non esistono fotografie, filmati, radiocronache, articoli. Fu un torneo senza sponsor né giornalisti. Grazie allo scrittore argentino Osvaldo Soriano sappiamo però che gli italiani detentori del titolo (conquistato nel ’34 e confermato nel ’38) avevano deciso con estrema riluttanza di rimetterlo in palio contro bottegai spagnoli, intellettuali francesi, preti polacchi, pescatori cileni, ingegneri prussiani che giocavano recitando l’Ecclesiaste: squadre di vagabondi e di ubriaconi, di sbandati, falliti e anti-eroi che in quell’angolo remoto del pianeta si sentivano al sicuro dal mondo terribile in cui erano nati. L’organizzazione fu un po’ approssimativa, come per le partite tra ragazzini in spiaggia o ai giardinetti: “nessuno”, ci assicura Soriano, “ricordava bene le regole del gioco né quanto tempo si dovesse giocare né le dimensioni del terreno, cosicché la sola cosa proibita era toccare il pallone con le mani e colpire alla testa i giocatori caduti”. Ma il calcio è uno sport che si può giocare senza nient’altro che la pura voglia. E può tollerare persino qualche strappo al regolamento: durante quei mondiali del ’42 i portieri si difendevano a sassate, i tedeschi avevano spilli da usare nelle mischie, gli italiani nascondevano manciate di peperoncino da tirare negli occhi degli avversari, gli arbitri non imponevano la loro autorità con un fischietto, ma con un più persuasivo revolver. Lo zio di Soriano se ne servì per neutralizzare un attaccante mapuche che correva come un pazzo verso la porta avversaria dopo essersi infilato il pallone sotto la maglia. Il figlio del bandito Butch Cassidy, disertore dell’esercito argentino, ricercato per due omicidi e diversi assalti alle banche, non espelleva mai un giocatore senza presentargli le sue scuse, anche se poi gli sparava un colpo nei piedi. Di lui Soriano ci riferisce un’altra curiosa abitudine: “a ogni fallo discutibile tirava fuori l’Etica e si sedeva nel campo per spiegare ai giocatori le definizioni che Spinoza dava dell’amore, dell’orgoglio, dell’invidia e della gelosia”. Inutile dubitare che tutto questo sia successo davvero: “I mondiali del 1942 non figurano in nessun libro di storia, ma si giocarono nella Patagonia argentina”. Se lo dice Soriano, preferiamo credere alle sue storie dell’altro capo del mondo, dove l’ingiustizia sociale e la legge del più forte sono accettate come inevitabili eventi naturali. Crediamo alle sue storie di attaccanti che canticchiavano tanghi mentre portano avanti la palla ed erano così scarsi che non avrebbero infilato un goal nemmeno nell’arcobaleno; crediamo che l’arbitro era il vero protagonista delle partite, perché se la squadra locale avesse vinto, gli avrebbero regalato una damigiana di vino, ma se avesse perso lo avrebbero incarcerato. E non ci importa più di tanto sapere quanto sia vera la storia di Obdulio Varela, il carismatico capitano dell’Uruguay che beffò il Brasile nella finale mondiale del ’50, o quanto sia falsa quella di Pietro Zanoni, attaccante della Juventus e impenitente donnaiolo, che riceveva senza scomporsi i calci dei difensori e le bastonate dei mariti gelosi. Anzi, saremmo pronti a giurare di aver bevuto un mate con el míster Peregrino Fernández, amico di Perón e di Camus, che prima di finire i suoi giorni in una casa di riposo aveva girato il mondo grazie al calcio, trovandosi sempre al posto sbagliato nel momento sbagliato, e da allenatore aveva escogitato sotterfugi per schierare 12 giocatori, non per imbrogliare ma per migliorare l’estetica del gioco, e si era inventato la punta fantasma e lo stopper a quattro zampe, il libero gentile e il marcatore assente, il portiere senza braccia e l’attaccante elettronico, che aveva un circuito stampato e dei dissipatori nei tacchi delle scarpe, e quando correva mandava scintille come un petardo di Natale e nessuno gli si avvicinava, ma la fregatura era che non segnava. Gli crediamo perché ci ha insegnato che il calcio è come la vita, è dubbio costante e decisione rapida, e anche se un gesto maldestro sembra irreparabile, la palla va e viene, nel bene e nel male, rimbalza e inganna, rimbalza e obbedisce, e va a cercare un brandello di luce anche se vive nel cuore delle tenebre, ed è quello che la letteratura può fare per chi è nato nella parte sbagliata del mondo.

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