Storia

Il “Mein Kampf”, libro maledetto della Germania

di Orazio Martinetti

  • 14 dicembre 2015, 12:35
Mein Kampf

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  • Keystone

GERONIMO Storia
Lunedì 14 dicembre 2015 alle 11:35
Replica domenica 20 dicembre alle 08:35

Alla fine del corrente anno scadono i diritti che il Land della Baviera deteneva sul “Mein Kampf”, il libro-manifesto che Adolf Hitler scrisse tra il 1924 e il 1926, in parte dietro le sbarre del carcere di Landsberg. Col nuovo anno, quindi, qualunque editore potrà editare e divulgare quest’opera “maledetta”, base del nazionalsocialismo, ideologia criminale fondata sul razzismo e lo sterminio degli ebrei.

Finora riproporre “La mia battaglia” era ufficialmente vietato in Germania. Non lo era però negli altri paesi europei che del nazismo furono vittime. Le prime traduzioni comparvero negli anni ’30, ovvero nel periodo del massimo fulgore del Terzo Reich. Si calcola che in quegli anni, nella sola Germania nazista, la tiratura raggiunse i dieci milioni di copie. Ogni nuova coppia di sposi riceveva in omaggio un esemplare del “Mein Kampf”. Nella prima parte, intitolata “Il rendiconto”, il Führer narrava la sua ascesa politica nella Repubblica di Weimar; nella seconda parte, “Il movimento nazionalsocialista”, l’autore esponeva il programma del nazismo, regime “destinato a salvare il popolo tedesco dall’onta e dalla miseria”.

In vista dello scadere dei diritti d’autore, l’Istituto bavarese per la storia contemporanea ha predisposto del “Mein Kampf” un’edizione critica di oltre duemila pagine, munita di un apparato di note e di commenti monumentale. Si intende così evitare un uso strumentale dell’opera in chiave neonazista. Ne abbiamo parlato con uno specialista del regime nazista e della figura di Hitler, il professor Gustavo Corni, ordinario di storia contemporanea all’università di Trento.

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