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Il migrante inesistente

I diritti negati di venti milioni di vittime del cambiamento climatico, a cura di Clara Caverzasio

Il giardino di Albert
Sabato 05 dicembre 2015 alle 18:00

Replica domenica 06 dicembre alle 10:35

Il cambiamento climatico è reale, è ora, è ovunque e coinvolge la vita quotidiana di tutti gli abitanti”. Parole di Namita Kathri, rappresentante all’ONU delle Figi, piccole isole del Pacifico che tra 30-50 anni, insieme ad altre come le Tuvalu e le Kiribati, scompariranno – a meno che non si riesca a contenere a meno di 2 gradi il riscaldamento climatico. Già ora alcuni suoi abitanti sono costretti ad abbandonare le loro case per trovare un nuovo insediamento in luoghi meno esposti all’aumento del livello del mare. Insomma il cambiamento climatico è inequivocabile: lo dice la scienza – nel 5° rapporto di valutazione dell’IPCC, gruppo di esperti intergovernativo – ma lo dice soprattutto la realtà dei fatti. In posti come le isole Figi, che sono ad appena uno o due metri sopra il livello dell’oceano, ma anche nell’Artico, in Alaska, in Groenlandia, dove lo scioglimento dei ghiacci rende la vita pericolosa se non impossibile a un numero sempre maggiore di persone. Nei delta fluviali di paesi come l’India, le Filippine o il Bangladesh. Ma non bisogna andare poi così lontano: l’Olanda sta già rialzando le paratie che proteggono le coste dall’innalzamento del mare. Lì, per fortuna, mezzi e conoscenze scientifiche non mancano. Ma non dappertutto è così: e oggi il numero dei profughi ambientali, oltre 20 milioni, è già superiore a quello dei rifugiati politici. Nello scenario migliore, entro il 2030 saranno almeno 200 milioni. Eppure, il rifugiato climatico a tutt’oggi non ha alcun riconoscimento giuridico, non ha uno status che garantisca assistenza. E infatti di questo tema, al vertice sul clima di Parigi, non si è parlato. Se ne parla invece nel Giardino di Albert di sabato 5 dicembre, assieme a Namita Kathri e al consulente ONU Valerio Calzolaio, autore di alcuni studi sugli Ecoprofughi.

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