Oggi, la storia

Asilanti e stranieri nella nuova Babele

di Alessandro Stroppa

  • 23.10.2015, 09:05

Oggi, la storia
Venerdì 23 ottobre 2015 - 07:05

Il continuo, incessante movimento migratorio – da sud a nord, da est a ovest – che sta trasformando gli assetti geopolitici del pianeta è accompagnato sempre più da un caos terminologico, che anziché chiarire, confonde ulteriormente la comprensione del fenomeno. Si ricorre, talora sine discrimine, a parole come “migrante”, “straniero”, “esule”, “asilante”, “profugo”, “rifugiato”, come se fossero sinonimi intercambiabili a discrezione. A complicare il tutto si aggiunge la Babele delle principali lingue europee, che traducono in modo avventizio i termini – non di rado anche incautamente e surrettiziamente – invertendone i significati.

Ci può forse aiutare un salto nel passato, nell’Atene del V secolo a.C., non senza quella drastica semplificazione in cui si rischia d’incorrere nell’analogia tra il passato e l’attualità del presente. Nell’antichità quanti intendessero trasferirsi ad Atene da un altro paese, a patto che non fossero barbaroi, erano accolti in quanto xenoi, “stranieri” e “ospiti” al tempo stesso: tra di essi si distinguevano i “meteci” (métoikoi, “stranieri di condizione libera”), autentici dimoranti con diritti civili senza diritto di voto, e gli “esuli” (phugàdes, “uomini in fuga”), cioè dei richiedenti ospitalità in quanto perseguitati dai propri paesi di provenienza. I meteci sono assimilabili, con le dovute cautele, ai nostri dimoranti con permesso B o C, ad esempio, mentre gli esuli ai cosiddetti “asilanti”, i richiedenti “asilo” (in greco àsuloi: un termine inequivocabile, che significa “coloro che non possono essere violati”). I primi sottoposti a un attento esame, i secondi accolti in quanto “inviolabili”. Specchio di tale realtà politica e sociale, dentro e fuori Atene, fu l’annoso dibattito circa la presenza degli stranieri immigrati nelle città-stato della Grecia, talora accolti perché ospiti, talora oggetto di un autentico phobos: vi alludeva esplicitamente il mito delle Danaidi, le figlie del re di Libia, Danao, che per sottrarsi al matrimonio con i figli di Egitto fuggirono ad Argo presso la corte di Pelasgo chiedendo ricetto e protezione. Fu, quello, un caso di asilo concesso dall’intera collettività argiva, anche a costo di logoranti tensioni con i figli di Egitto, per tutelare il sacrosanto diritto di accoglienza di donne vessate e perseguitate. E fu, come molti sanno, il tema di una celebre tragedia di Eschilo (le Supplici), portata in scena ad Atene intorno al 463 a.C., con la quale il tragediografo sollecitava la società ateniese intorno a un tema di strettissima attualità.

Quell’antica attualità torna oggi a interpellarci. Attenzione, però, a non confondere i termini, poiché la confusione delle parole tradisce fatalmente il caos delle idee.

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