Oggi, la storia
Venerdì 08 aprile 2016 - 07:05
Oggi ritorno al nostro passato per osservare alcuni aspetti all’origine di una espressione che sentiamo purtroppo ripetere: “guerra giusta”. Secondo Cicerone la guerra è giusta quando in primo luogo è apertamente dichiarata e motivata da cause come una invasione nemica, l’assassinio di ambasciatori o l’avvicinarsi dei nemici ai confini. La definizione è giuridica non etica, ma ha il merito di essere chiara.
Etico e teologico è invece l’intento del cristiano Ambrogio che nel IV secolo affronta la questione dei fondamenti della guerra rifacendosi a una distinzione teorica fra due situazioni dell’uomo, quella originaria e mitica nell’Eden e quella storica nel mondo. La pace domina al primo livello, lo “stato di innocenza” anteriore al peccato originale, dove i beni sono in comune; nel secondo, quando gli uomini dopo la Caduta sono costretti alla fatica, alla povertà e alla competizione, nascono la proprietà privata e i confini dei regni che i figli di Adamo difendono con le armi della guerra.
Più di mille anni dopo mentre in Europa la guerra infuria all’interno e fra i regni nazionali, l’autore di Utopia, Thomas More disegnando la società ideale, condanna la guerra “come una attività puramente animale praticata tuttavia più dall’uomo che dalle belve”. Siamo a una svolta nella riflessione sulla guerra e possiamo sperare che gli uomini la rifiutino una volta per tutte? No purtroppo: paradossalmente la solidarietà fra i cittadini di Utopia torna a giustificare l’idea di guerra all’esterno. Utopia è un’isola felice e pacifica ma é circondata da un’umanità normalmente infelice e aggressiva: lo stato di Utopia se assalito non esita a ritenere giusta la guerra anche preventiva verso il nemico esterno.
In un altro progetto utopico, la Città del Sole, Tommaso Campanella ribadisce questa linea e si rivela sul tema - guerra di difesa e di prevenzione - allineato di fatto alla politica dei bellicosi regni europei del tempo. Fine dell’utopia?