Oggi, la storia
Lunedì 08 febbraio 2016 - 07:05
A seguito del recente suicidio di uno degli chefs più celebrati del mondo, la stampa ha commentato la notizia ricordando i casi precedenti, e nel cercarne i possibili motivi (o quantomeno uno dei possibili motivi) ha appuntato l’attenzione sull’interesse mediatico di cui è oggetto quel tipo di professionisti, impegnati in una continua sfibrante competizione che li sottopone a tensioni che purtroppo a volte non sono in grado di sostenere.
È un discorso complesso, questo, nel quale per mancanza di competenza non sono in grado di addentrarmi, ma che ha riportato alla mia mente storie di secoli, o meglio di millenni or sono.
La gastronomia infatti è nata in Grecia, dove gli chefs erano già personaggi così conosciuti e celebrati da indurre persino Platone nel “Gorgia” a citare un tal Mithaeus, definendolo come “il Fidia delle cucina”. Ma attenzione, gli chefs non erano personaggi importanti solo ad Atene. Quelli più conosciuti, tra l’altro non provenivano dalla madrepatria, ma dalle colonie in territorio italico, e gli autori dei primi libri di ricette furono i cuochi siciliani, uno dei quali (di cui parla Ateneo) suggeriva ad esempio: “taglia la testa al pesce nastro, lavalo e taglialo a fette. Cospargi di formaggio e olio”.
La cultura del cibo era tale che a Sibari si dice esistesse una legge che dava agli inventori di ricette il copyright per un anno: il primo brevetto della storia occidentale, se la notizia è attendibile. Si dice anche che i venditori del pesce più pregiato fossero dispensati dal pagamento delle tasse. Ma quel che meglio rende l’idea della raffinatezza gastronomica dei sibariti è un aneddoto: un abitante di quella città, dovendo recarsi in Grecia per chiedere la mano della figlia del governatore di Sicione, temeva, arrivato a destinazione, di non trovare cibo all’altezza dei suoi standard. Nel dubbio, si fece accompagnare da ben mille attendenti, tra pescatori, cuochi e sguatteri. Ma i grandi cuochi non esistevano solo in Grecia, esistevano anche a Roma. Uno di essi, Marco Gavio Apicio, nato circa il 25 d.C. sotto Tiberio, scrisse un manuale di cucina intitolato de re coquinaria per il quale è passato alla storia. Di lui, diventato un personaggio leggendario già in vita, si raccontava che una volta aveva allestito una nave per pescare gamberi enormi lungo le coste della Libia. E quando aveva scoperto che il suo patrimonio si era ridotto a solo 10.000 sesterzi si era avvelenato. Non per lo stress, per altro: secondo quanto allora si diceva, per non dover abbassare il suo tenore di vita. Ma Seneca (che evidentemente non lo amava molto) dice che quel veleno fu la bevanda più salutare che avesse mai bevuto.