Oggi, la storia

Curare la vita

di Lina Bertola

  • 17.03.2016, 08:05
Cura di sè e della vita

Cura di sè e della vita

  • iStock

Oggi, la storia
Giovedì 17 marzo 2016 - 07:05

Il dibattito in corso attorno all’opportunità o meno di consentire la pratica del suicidio assistito anche nei luoghi di cura, negli ospedali e nelle case per anziani, mi invita a proporre qualche considerazione proprio sul significato del termine cura.

Spesso la parola viene associata alla terapia e rimanda ad un orizzonte medico. In realtà “cura” indica anche un’esperienza molto intima che ci accompagna in ogni momento della nostra vita. E’ la cura come cura di sé, è l’attenzione e l’impegno di ciascuno a dar forma alla propria esistenza; curare la propria vita è assumersi il compito di farla sbocciare, nell’armonia di desideri e speranze, nelle sue potenzialità e nei suoi valori, per vivere una vite felice, perché una vita felice è una vita sbocciata.

Per questo la cura di sé, che è anche cura dell’altro nella comune appartenenza, deve accogliere il limite che è intrinseco al vivere, ovvero il fatto che dobbiamo morire. Ma proprio la mortalità è all’origine dell’esperienza della felicità.

Molti filosofi, seppure in forme diverse, hanno posto il morire a fondamento del senso della vita e della felicità di una vita degna, pur nelle difficoltà e nelle sofferenze. Degna proprio perché capace di rispettare il proprio valore, nelle molteplici prove che incontra sul suo cammino.

Ci sono prove però che possono annientare questa dignità. Capita allora che si sperimenti quella stanchezza di vivere, a cui nessuna cura sembra poter dare risposta. Qui avviene l’incontro più delicato, e più problematico, tra il valore esistenziale della cura di sé e il concetto medico di cura.

La medicina Ippocratica, nel V secolo a.c., considerava la terapia come un accompagnamento del malato verso la sua autoguarigione. La medicina di Ippocrate metteva al centro il soggetto, la sua storia, la sua unicità. Curare è accompagnare in un percorso personale di cura di sé e del proprio sentirsi vivere in modo degno.

Questo approccio suggerisce anche uno sguardo più ampio sul rapporto tra cura della vita e guarigione.

Restiamo nella Grecia dei filosofi, e alle ultime parole di Socrate morente: “ricordatevi, ammonisce Socrate, siamo debitori di un gallo ad Asclepio”. Dopo aver preferito la morte all’esilio, come atto di dignità, e dopo aver bevuto la cicuta (una forma ante litteram forse di suicidio assistito) a coloro che, addolorati, assistevano al suo morire, Socrate ricorda l’obbligo di ringraziare il medico, in caso di guarigione.

Ti potrebbe interessare