Scuola e abbigliamento
Scuola e abbigliamento (iStock)

Dietro il sipario

di Mariateresa Fumagalli

Oggi, la storia
Venerdì 11 marzo 2016 - 07:05

Leggo sui giornali che il preside di un liceo classico di Milano ha dichiarato, io spero esagerando, che le studentesse “si presentano alle lezioni mezze nude”; di conseguenza le ha invitate caldamente a indossare abiti più adatti all’ attività scolastica. La dichiarazione del preside, condivisa da molti, mi suggerisce tuttavia una riflessione.

È vero che la scuola è principalmente luogo di insegnamento, ma oggi molti adolescenti la percepiscono anche come centro della loro vita sociale dove si incontrano, parlano, combinano viaggi divertimenti e vacanze, nascono amicizie, amori e progetti comuni… Questo aspetto mi piace e piace a molti genitori. Le ragazze, è naturale, in questo contesto ci tengono ad apparire al meglio e spesso esagerano. Proviamo però a guardare la cosa da due punti di vista: da un lato siamo tutti d’accordo nel volere che la scuola rimanga una cosa seria, ma dall’altro non desideriamo che le nostre figlie e nipoti ritornino ad indossare i mortificanti grembiuli neri della nostra gioventù né adottino le buffe uniformi con cravatta e calzettoni in uso in alcuni paesi ancor oggi. Fra i tristi indumenti di ieri e gli audaci vestiti di oggi ci sarà pure una via di mezzo.

Una soluzione estrema è quella adottata otto secoli fa da due giovani magistrae alla Facoltà di diritto dell’università di Bologna nel Duecento. Si chiamavano Bettisia Gozzadini e Novella d’Andrea: sembra che fossero decisamente belle e seguite da una folla di studenti entusiasti. Tanto belle e desiderabili da essere costrette a far lezione dietro una tenda o un sipario. Una domanda: “le docenti si coprivano prudenzialmente per non distrarre i discenti, oppure i discenti erano una massa di forsennati, che al solo vederle facevano un baccano d’inferno e via con frizzi e lazzi da papiro goliardico?” (così si chiedeva  Umberto  Eco nell’ Enciclopedia  delle donne ).

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