Europei
Oggi, la storia 21.05.2014, 07:05
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Inizio da una citazione un po’ roboante:“Il 19 maggio 1796 è una data fondamentale dello spirito umano. Il generale in capo Buonaparte entra in Milano: l’Italia si ridesta e rimarrà per sempre nella storia la metà dell’Europa”. Chi scriveva così, con troppo ottimismo era Henri Beyle ossia Stendhal, dalla città che lo aveva fatto innamorare. Viaggiatore curioso inquieto e stravagante,il francese e “milanese” Stendhal era a suo modo anche “europeo”. Due secoli ci separano dall’incanto di quel maggio milanese descritto nelle prime pagine della Chartreuse de Parme e da allora molte guerre hanno lacerato e infranto l’unità già sognata in vari modi fin da allora. In tempi di crisi della realtà e anche del sogno trovo interessante riflettere sugli “europei”, ancor più che sull’Europa. Se molti oggi si definiscono europei, altri negano persino il significato della parola e non pochi ignorano la tradizione storica del termine. Essere e sentirsi europei è cosa più antica di quanto si pensi in genere. Nel VIII secolo il monaco Isidoro scrive la parola “europeo” nella sua cronaca -“Gli Europei al mattino si svegliarono e guardarono le tende degli Arabi…” - ad indicare quei soldati cristiani che guidati da Carlo Martello avevano combattuto a Poitiers. Isidoro attribuisce loro una forte identità collettiva che,come quasi sempre avviene, nasceva per contrasto a un avversario vero o presunto e comunque temuto. Più positivamente altri uomini dopo il Mille si sentivano europei e agivano come tali; parlo degli intellettuali, maestri nelle scuole monastiche e nelle università. Uno dei primi è Anselmo d’Aosta, per alcuni un santo, per altri un teologo, ma per Bertrand Russel e per tutti quelli che hanno studiato logica, è soprattutto un filosofo. I francesi lo chiamano Anselmo di Bec e gli inglesi Anselmo di Canterbury. Anselmo nato in valle d’Aosta nel 1033 divenne abate in Normandia e poi arcivescovo in Inghilterra, sempre insegnando a giovani arrivati da tutti i regni d’Europa. Prefigurava la carriera “europea” dei maestri universitari nel Due e Trecento: del campano Tommaso d’Aquino, del tedesco Alberto Magno, dell’inglese Ruggero Bacone, del catalano Raimondo Lullo, dello scozzese Duns Scoto…In quei tempi nelle terre d’Europa la moneta non era unica, ma lo erano la lingua delle scuole, il latino, e la cultura di riferimento: le idee, gli stili, i libri viaggiavano veloci da Parigi a Napoli, da Colonia a Oxford a Cambridge a Samarcanda.