Oggi, la storia

Il “Charlie Hebdo” dell’Ottocento

di Emilio Gentile

  • 26.02.2015, 08:05
Honoré Daumier in una fotografia scattata da Nadar (1820-1910)

Honoré Daumier in una fotografia scattata da Nadar (1820-1910)

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Il “Charlie Hebdo” dell’Ottocento

Oggi, la storia 25.02.2015, 16:38

Un giornale spagnolo lo ha definito recentemente il “Charlie Hebdo” dell’Ottocento. Parlo del grande artista francese Honoré Daumier, nato a Marsiglia il 26 febbraio 1808. La definizione non è esagerata, salvo che Daumier non fu trucidato da fanatici che consideravano blasfeme le sue caricature, ma morì il 10 febbraio 1879 per un colpo apoplettico. Al “Charlie Hebdo” lo associa idealmente la risoluta difesa della libertà di espressione, che Daumier esercitò lanciando i suoi strali satirici contro i potenti, i corrotti, gli azzeccagarbugli, i borghesi avidi, vanesi e ipocriti che dominavano nella Francia del suo tempo.

Trasferitosi con la famiglia a Parigi nel 1815, dopo avere frequentato l’Accadémie Suisse, una scuola privata che si opponeva al conformismo dell’Accadémie des Beaux-Arts, Daumier intraprese l’attività di disegnatore satirico all’inizio della monarchia di Luigi Filippo, portato al potere dalla rivoluzione del 1830. Convinto repubblicano, Daumier pubblicò nel 1831 una caricatura raffigurante il re come un corpulento e vorace Gargantua, che si nutriva affamando il popolo. Ciò gli costò sei mesi di prigione, ma l’artista non desistette dalla satira contro la politica e i costumi della monarchia borghese. Il suo genio artistico si espresse soprattutto attraverso la litografia e la scultura, producendo straordinari piccoli busti caricaturali – non più alti di venti centimetri – di deputati e magistrati, mentre nella pittura, con una pennellata energica, vigorosa e sintetica, Daumier rappresentò i lavoratori e gli umili. Animato da un forte senso di giustizia sociale, aderì alla rivoluzione del 1848 e alla nuova repubblica francese, che raffigurò come una florida matrona seduta, mentre il popolo era rappresentato da due bambini che si nutrivano al suo seno, e da un terzo bambino intento a leggere. Durante il regime di Napoleone III, proseguì con le sue caricature la critica politica e sociale. Nel 1851, la “Revue de Paris” lo definì “il Michelangelo della caricatura”. Nonostante ciò, oberato dai debiti dovette ritirarsi in provincia. Il governo della Terza repubblica concesse una pensioncina statale all’artista divenuto quasi cieco, povero e ignorato. Una retrospettiva delle sue opere, organizzata nel 1878 da Victor Hugo e da altri amici fu un fallimento. La borghesia francese non gli perdonò la libertà satirica con la quale “il Michelangelo della caricatura” aveva fustigato i suoi vizi.

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