Oggi, la storia 16.10.14
Il 9 settembre 1943, dopo aver annunciato il giorno prima alla radio che l’Italia aveva firmato un armistizio con gli Alleati, il capo del governo generale Pietro Badoglio e il re d’Italia Vittorio Emanuele III, con la regina, il principe ereditario Umberto, altri membri della famiglia reale e il resto del governo, fuggirono da Roma verso il Sud occupato dagli Alleati.
Il giorno successivo, il generale tedesco Albert Kesserling si insediava a Roma come fosse il comandante di un esercito di occupazione. Il 18 settembre, liberato dalla prigionia, Mussolini annunciava alla radio da Monaco la costituzione di un nuovo Stato fascista, la Repubblica sociale italiana, con un governo dislocato presso la cittadina di Salò sul lago di Garda, anche se Roma era nel territorio della repubblica fascista. Roma cessava di fatto di essere capitale, diventando una città in balia dei tedeschi. I quali non persero tempo per attuare la persecuzione degli ebrei romani. La persecuzione avvenne in due tempi, prima con un perfido inganno, poi con spietata brutalità. Infatti, il 26 settembre, il comandante del SS a Roma Herbert Kappler fece balenare agli ebrei romani la possibilità di evitare le deportazione in cambio di 59 chili di oro, da consegnare entro 36 ore. L’oro fu raccolto e consegnato il 27 settembre, ma il giorno successivo le SS saccheggiarono anche il Tempio Maggiore degli ebrei, asportando altro denaro, documenti, e la biblioteca della sinagoga, che custodiva un prezioso materiale archivistico di manoscritti, incunaboli, libri ebraici e antiche stampe. Il saccheggio proseguì nei giorni successivi, finché il 16 ottobre, sabato, alle 5 e 15 del mattino, le SS invasero il ghetto cogliendo nel sonno le famiglie e fino al pomeriggio rastrellarono, anche in altri quartieri, 363 uomini, 689 donne e 207 fra bambini e bambine. 237 persone furono rilasciate perché cittadini stranieri o non ebrei, tutte le altre, bambini compresi, furono rinchiuse in carri ferroviari e mandati ad Auschwitz. Le autorità fasciste romane collaborarono alla retata. Il papa Pio XII, benché informato, mantenne pubblicamente il silenzio, ma privatamente, tramite il segretario di Stato vaticano, manifestò all’ambasciatore tedesco il suo dolore per la sorte di “quei poveretti” perseguitati “unicamente perché appartenenti a una stirpe determinata”.
Degli ebrei deportati, la maggior parte fu sterminata nelle camere a gas. Solo una donna e quattordici uomini tornarono a Roma dopo la fine della guerra; dei bambini deportati, nessuno.
Emilio Gentile