Oggi, la storia

Il Barone dell’Arizona

di Emilio Gentile

  • 27.11.2014, 08:05
James Addison Reavis

James Addison Reavis

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Oggi, la storia 27.11.14

Oggi, la storia 27.11.2014, 07:05

Il 27 novembre 1914 moriva a Denver negli Stati Uniti, James Addison Reavis. Probabilmente il nome vi dice nulla, a meno che non siate studiosi di storia degli Stati Uniti o estimatori dell’attore Vincent Price, che impersonò Reavis nel film Il Barone dell’Arizona, prodotto nel 1950. Reavis non è però un personaggio immaginario. E’ esistito realmente ed ebbe una vita sorprendente. Nato nel Missouri nel 1843, fece molto parlare di sé negli Stati Uniti durante gli ultimi due decenni dell’Ottocento perché riuscì a farsi riconoscere dal Governo federale la proprietà di oltre 42.000 chilometri quadrati dell’Arizona, dove erano sorte città, miniere, ferrovie, allevamenti, fattorie e industrie. Reavis rivendicò la proprietà del vasto territorio esibendo documenti che dimostravano che era stato donato nel 1772 dal re di Spagna al generale Don Miguel Silva de Peralta y de la Cordoba, col titolo di barone dell’Arizona. Nel 1848, in seguito al trattato di Guadalupe, il governo americano si era impegnato a rispettare i diritti di proprietà nei territori ceduti dal Messico agli Stati Uniti, compresa l’Arizona. Reavis sostenne che l’ultima discendente del barone d’Arizona era la moglie Donna Sofia Micaela de Peralta de la Cordoba, esibendo molti documenti degli archivi messicani e spagnoli, atti di nascita, testamenti, alberi genealogici degli antenati della moglie. Convincendo finanzieri, avvocati, giudici e membri del Congresso americano, Reavis vinse, e pretese di esser risarcito da chiunque occupava le sue proprietà, raggiungendo così una somma stimata in 150 milioni di dollari attuali. Da allora, per un decennio, il barone e la baronessa d’Arizona vissero con ricchezza e con fasto. Viaggiarono in Europa nel 1887 e furono ricevuti dai reali di Spagna e dalla regina Vittoria d’Inghilterra. Ma ricchezza e fasto sparirono improvvisamente nel 1895, quando un’inchiesta federale dimostrò che tutti i documenti esibiti da Reavis erano falsi. Li aveva confezionati tutti lui stesso, lavorando per anni con straordinaria abilità di falsario, riuscendo a infilarli negli archivi governativi di Messico e Spagna, inventandosi gli antenati della moglie, una ragazza di origine messicana da lui conosciuta quando aveva quindici anni: le fece credere d’essere veramente l’ultima erede del barone d’Arizona, e la fece educare come un’aristocratica. L’uomo che la stampa dell’epoca definì il più audace e geniale truffatore della storia americana, fu condannato a due anni di prigione. Uscì nel 1899, e ormai screditato, trascorse miseramente gli ultimi quindici anni. Abbandonato dalla moglie, visse solo e povero, sfogliando nelle biblioteche i giornali che parlavano dei suoi giorni fastosi. Una morale dalla sua vicenda? La fortuna aiuta gli audaci, ma abbandona, talvolta, i truffatori.

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