
Perché non possiamo non dirci “cristiani”
Oggi, la storia 23.02.2015, 16:33
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Per iniziare in un modo un poco sarcastico si potrebbe dire che la componente più cristiana di Benedetto Croce è il cognome che l’illustre filosofo, nato il 25 febbraio 1866, ha avuto in sorte di portare. Eppure, quando si affrontano questioni connesse alla presenza in sede pubblica di simboli cattolici (crocifissi compresi), ci si richiama immancabilmente a un opuscolo crociano, la cui fortuna è dovuta, in sostanza, solo al titolo: Perché non possiamo non dirci “cristiani”. Questa espressione dovrebbe mettere d'accordo tutti: con essa il laico riconosce l’alto valore etico e culturale dell’apporto cristiano, mentre il credente viene gratificato dal fatto che le sue convinzioni non valgono solo entro il recinto, sia pur ampio, della propria Chiesa.
Tutto questo ha luogo perché pochi si prendono l’incomodo di andare in biblioteca e chiedere il volume Discorsi di varia filosofia (Laterza, Bari 1945), in cui trova ospitalità il nostro testo. Se così facessero si accorgerebbero della condizione provvisoria riservata al cristianesimo da parte di questo filosofo. Come sempre in Croce l’ultima parola spetta alla storia. Nessuno può sapere se in futuro si manifesterà una rivelazione maggiore di quella cristiana, per ora di ciò non c’è alcun barlume, perciò nel nostro presente non siamo fuori dai termini posti dal cristianesimo in quanto noi, come i primi cristiani, siamo sempre alle prese con il cercare di comporre i contrasti tra immanenza e trascendenza, tra la morale della coscienza e quella del comando e delle leggi, tra eticità e utilità, tra libertà e autorità. In altre parole, le comunità cristiane primitive avrebbero ragionato con categorie sostanzialmente crociane, perciò il loro travaglio ci appartiene ancora.
In realtà la lettura di questo opuscolo prova quanto Benedetto Croce fosse lontano dal comprendere le dinamiche proprie delle origini cristiane. Esse infatti furono sempre contraddistinte da un complesso ma inscindibile legame con la tradizione ebraica: l'annuncio del vangelo presuppone la fede nel Dio d'Israele. In ogni caso per il credente la fede non può risolversi solo in cultura, neppure quando, come alcuni amano fare oggi, si parla di radici giudaico-cristiane dell'Europa.
