Oggi, la storia
Giovedì 07 aprile 2016 - 07:05
Il Ruanda è lo Stato nel centro dell’Africa, dove il 7 aprile 1994 iniziò uno dei più feroci genocidi compiuti nel “secolo dei genocidi”. In soli tre mesi, fino alla metà di luglio, circa un milione di uomini e donne d’ogni età, quasi tutti appartenenti alla minoranza tutsi, che costituiva il 15 per cento della popolazione ruandese, fu sterminato nel corso di un massacro organizzato dal potere centrale, concentrato nelle mani di una classe dirigente composta esclusivamente di appartenenti alla comunità hutu, che costituiva l’80 per cento della popolazione.
Il pretesto per il genocidio fu l’abbattimento, avvenuto il 6 aprile, dell’aereo sul quale viaggiava il presidente del Ruanda, Jouvenel Habyarimana, che aveva conquistato il potere con un colpo di Stato nel 1973, instaurando un regime totalitario che propagandava una ideologia razzista, derivata dal dominio coloniale belga, per esaltare la superiorità e il predominio degli hutu, definendo come “scarafaggi” e “serpenti” da eliminare la minoranza tutsi, che aveva dominato in Ruanda fino alla vigilia della sua indipendenza nel 1962.
Il genocidio dei tutsi fu perpetrato con quotidiane uccisioni in massa, a colpi di machete, bastoni chiodati, bombardamenti, annegamenti. I carnefici erano militari e squadre di civili, ma la peculiarità del genocidio del Ruanda fu una macabra popolarità, perché allo sterminio partecipò gente comune, uomini e donne della popolazione hutu eccitata all’odio razzista non solo dai capi politici, ma dai preti cattolici e dai pastori protestanti, che avevano grande influenza nella società ruandese. In un censimento del 1991, il 90 per cento della popolazione, sia hutu che tutsi, si dichiarò cristiana, con il 63 per cento di cattolici e il 19 per cento di protestanti.
Fu una donna hutu, Pauline Nyiramasuhuko, ministro della Famiglia e della Promozione femminile, a escogitare un’altra feroce arma genocida, lo stupro pubblico delle donne tutsi, poi assassinate da squadre di stupratori, molti dei quali erano malati di AIDS, che il ministro della Promozione femminile fece uscire dagli ospedali con lo scopo di infettare le donne condannando loro e la successiva prole a una morte lenta e dolorosa. Le donne violentate e assassinate furono circa 250.000. Il 70 per cento delle violentate rimaste in vita contrasse la malattia.
Attuato fra l’indifferenza internazionale e l’assenza dell’ONU, il genocidio cessò dopo tre mesi quando il regime carnefice fu abbattuto dal Fronte patriottico organizzato da esuli tutsi. Un tribunale penale internazionale ha perseguito i principali responsabili del genocidio. Pauline Nyiramasuhuko, arrestata nel 1997, è stata condannata a 47 anni di carcere il 14 dicembre 2015. E’ nata nel 1946.