Oggi, la storia
Giovedì 03 marzo 2016 - 07:05
E’ accaduto molte volte, nel corso della storia, che il progresso delle conoscenze derivasse dalla capacità di vedere, dentro una realtà conosciuta, ciò che ancora non era stato visto.
In questo senso, progredire nella conoscenza significa riuscire a comprendere meglio ciò che è già conosciuto con ciò che ancora è sconosciuto, spiegare il visibile con l’invisibile.
Ma ciò significa anche che il mondo che vediamo pesca altrove la sua visibilità. E infatti l’etimo greco di vedere, “idein”, è lo stesso di idea: vedere, avere un’idea, come ricordano le metafore della vista che nutrono il pensiero di Platone, e in particolare il celebre mito della caverna: alla fine, racconta il mito, uscendo dalla caverna buia, faticosamente, dolorosamente, riesci a guardare in faccia il sole e vedi l’idea del bene.
Che cosa vedo, allora quando guardo con gli occhi? Spesso crediamo che l’osservazione ci offra la presenza oggettiva della realtà, confidiamo nell’evidenza di ciò che è lì da vedere. In realtà, quando osserviamo, vediamo ciò che possiamo vedere, ciò che sappiamo vedere, e soprattutto, forse, ciò che vogliamo vedere. L’osservazione dipende dal nostro mondo interiore, da immagini e intuizioni, da idee e rappresentazioni, ma anche da sentimenti ed emozioni.
Si potrebbe allora concludere che vedere la realtà, ovvero comprenderla, sentirla e conoscerla, non dipende, o non solo, dagli occhi che la guardano.
Queste considerazioni sul senso del vedere mi hanno accompagnata in un’esperienza intensa, vissuta a Casa Andreina, a Lugano, durante una cena al buio, invitata da un amico cieco; cieco, e non uso l’espressione, forse più elegante, di “non vedente”, perché durante quella cena, senza alcuna luce per guardare e per guardarsi, in realtà ho visto molto.
Un’esperienza piena, una comprensione vera del tempo vissuto e del suo senso; quel senso delle cose che, come già indicava Aristotele, inizia dalla sensazione, profumi, sapori e soprattutto parole ascoltate: ascoltate, e non solo sentite, fin dentro le sfumature emotive del respiro, al di là degli occhi.
Al di là di quegli occhi oggi spesso prigionieri di immagini totalmente squadernate davanti a noi, senza profondità; occhi prigionieri di una ossessiva visibilità, immediata ma immobile, senza alcun racconto possibile.
Ecco allora la domanda: chi sono i non vedenti?