Quando il 27 gennaio 1945 l’Armata Rossa liberò il campo di Auschwitz-Birkenau il mondo conobbe da vicino l’orrore dello sterminio nazista. Il 27 gennaio, Giorno della memoria, ricordiamo le 6 milioni di vittime della Shoah. È un appuntamento che ci obbliga a ricordare l’importanza del saper riconoscere i segnali dell’“indifferenza”, quell’indifferenza che sta alla base dei processi di disumanizzazione. Allora ci chiediamo: e oggi, come dobbiamo fare memoria dopo la ri-traumatizzazione degli ebrei con l’eccidio del 7 ottobre 2023 per mano di Hamas? E parimenti ci chiediamo: di fronte alle politiche genocidarie del governo israeliano contro il popolo palestinese, con quale spirito ci possiamo apprestare a fare memoria il 27 gennaio, consapevoli che a distruggere la Striscia di Gaza e uccidere decine di migliaia di innocenti sono stati dei discendenti dei sopravvissuti della Shoah? Abbiamo girato la domanda a Mehnaz Afridi, cittadina statunitense di origine pakistana, prima musulmana nel mondo occidentale esperta di Shoah. Vive e lavora a New York dove insegna studi religiosi presso la Manhattan University, una storica università cattolica nel Bronx. Qui dirige anche il Centro di formazione su Shoah, genocidio e dialogo interreligioso (Holocaust, Genocide and Interfaith Education Center). La sua ricerca - incentrata sulla formazione delle giovani generazioni - indaga i traumi intergenerazionali e i meccanismi di trasmissione della memoria. Ha all’attivo decine di interviste con sopravvissuti della Shoah e a breve verrà pubblicato in italiano il suo volume Shoah Through Muslim Eyes (La Shoah vista dai musulmani).
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