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Parole, paure e cultura

Con Nicola Colotti

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Nel costante flusso di notizie scritte, parlare, visualizzate che ci tengono aggiornati sulla pandemia ci sono parole che sono ormai entrate a far parte del nostro lessico quotidiano e che fino a qualche settimana non avremmo immaginato di usare con tanta frequenza. A parte Coronavirus o Covid19, nomi “scientifici”, pensiamo appunto a pandemia, peste, untore, contagio, contenimento, isolamento, immunità, mascherina e via enumerando.
Parole che evocano inquietudini presenti e paure ancestrali perché da sempre l’umanità lotta contro le proprie paure cercando di esorcizzarle dando loro nomi che le rendano meno crude e materiali. Nel lontano passato si è spesso scelto parole che rimandavano alla mitologia o alla storia. In epoca moderna e contemporanea si è cercato di nominare le cose terribili con parole tecniche o eufemistiche.

In questa ipotetica lista di parole e paure, fermandoci alla lettera C (quella proprio di Coronavirus), ce ne sono due a cui vale la pena dedicare qualche riflessione: una è Complotto (che appare sempre in situazioni di crisi e incertezza globali); l’altra è Cultura che non si riferisce soltanto alla nostra capacità di interrogarci e riflettere come civiltà umana su quanto sta succedendo, ma anche alla crisi che le attività culturali di ogni genere stanno vivendo ad ogni livello. Un danno per gli enti e le imprese che fanno cultura e una perdita per la nostra società costretta a trovare altre forme di espressione spontanee. Uno stop che ci fa capire quanto le attività culturali cui siamo abituati non sono per nulla scontate.

Ospiti:
Vera Gheno, sociolinguista, traduttrice, docente universitaria, collaboratrice della Zanichelli, divulgatrice, autrice di saggi sulla lingua
Alessandro Longo, giornalista, direttore di Agendadigitale.eu
Luigi Maria Di Corato, Capo Divisione Cultura della città di Lugano