Proteste iraniane (3./3)

Dibattito a cura di Isabella Visetti

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Da tre settimane, dalla morte della ventiduenne curda Mahsa Amini avvenuta lo scorso 16 settembre, le contestazioni in Iran non si fermano. Il decesso è avvenuto dopo l’arresto della giovane da parte della polizia morale a Teheran, con l’accusa di aver indossato in modo improprio l’hijab, il velo che copre la testa, obbligatorio in pubblico per tutte le donne dopo la rivoluzione iraniana del 1979.

La sua morte, su cui non è ancora stata fatta chiarezza, ha scatenato proteste ormai diffuse in tutto il paese e la brutale macchina della repressione sui manifestanti si è subito messa in moto. Secondo la ONG Iran Human Rights che ha sede a Oslo, sarebbero almeno 154 le persone uccise negli scontri con le forze dell'ordine, fra queste dieci minori e diverse altre giovani donne, altre Mahsa Amini.

La mobilitazione corre anche sui social network, dove molte iraniane hanno pubblicato video in cui si tagliano i capelli e danno fuoco ai loro veli all’insegna del motto “Donna, vita, libertà”. Anche molte occidentali, tra cui attrici e personalità famose, hanno pubblicato video di solidarietà con forbici e ciocche di capelli in mano.

Il grido della piazza dice ora che non si tratta più di una protesta, ma che è l’inizio di una rivoluzione: come leggere questi moti di ribellione? Hanno una portata diversa rispetto a quelli del passato? Cosa rappresenta il velo che le donne e le ragazze iraniane agitano e bruciano per le strade?

Millevoci ne discute con:
Paola Nurnberg,
giornalista della redazione esteri del Dipartimento informazione della RSI
Farian Sabahi, iranista e islamologa, figlia di un iraniano e di una italiana ha scritto “Non legare il cuore. La mia storia persiana tra due paesi e tre religioni” (Solferino, 2018)
Michele Bernardini, docente di Lingua e letteratura persiana e storia dell'Iran e dell'Asia centrale all'Università di Napoli “L'Orientale”
Federica Frediani, capoprogetto del Middle East Mediterranean (MEM) Summer Summit dell’USI