Il bis è servito. Confermarsi sul trono europeo è stato tutto fuorché scontato, ma dopo 120’ e oltre di grande battaglia, il PSG è riuscito nell’impresa di tenersi stretta la Champions League. Impresa, sì, è proprio il caso di dirlo, perché dal cambio di denominazione in poi un solo club, il Real Madrid (2016-2017-2018), era stato in grado di aggiudicarsi la coppa dalle grandi orecchie per due o più edizioni consecutive. Per vincere la resistenza di un Arsenal a caccia della sua prima Champions, come detto, ci sono voluti i rigori: è qui che lo spicchio blu della Puskas Arena di Budapest ha potuto liberare tutta la propria gioia. Quattro trasformazioni a tre, dopo l’1-1 maturato nelle due ore di gioco, hanno negato all’Inghilterra un clamoroso tris di vittorie sulla scena continentale, a 36 anni dall’exploit congiunto di Milan, Juventus e Sampdoria.
Se l’anno scorso le cose si erano subito messe benissimo, stavolta - per una sorta di legge del contrappasso - i parigini non hanno vissuto un’entrata in materia altrettanto brillante. Dopo appena 5’, infatti, un rimpallo fortunoso in zona mediana ha spianato la strada all’avanzata di Havertz, che da posizione defilata non ha esitato a fulminare Safonov, rimasto impietrito sul suo palo. Tale rete ha dunque incanalato l’incontro su binari ben precisi, quelli favorevoli alla tattica di Arteta (per buona pace di chi pregustava una serata frizzante e spettacolare): da un lato i campioni in carica a provarci più insistentemente, ma con risultati rivedibili; dall’altro gli inglesi rintanati nei propri 25m e pronti ad agire in ripartenza, come di consueto.
La sfida non si è discostata da questo copione nemmeno al rientro dagli spogliatoi. O almeno fino al 61’, quando un intervento fuori tempo di Mosquera su Kvaratskhelia è stato giustamente sanzionato con la massima punizione. Dal dischetto ecco quindi Dembélé: pallone da una parte, Raya dall’altra. Anziché continuare a ripiegare sulla difensiva, mister Arteta ha allora deciso di aumentare il peso offensivo dei suoi, sacrificando capitan Odegaard per fare spazio a una seconda punta di ruolo, Gyökeres. Una mossa che ha sì permesso all’Arsenal di costruire qualcosa in più, ma con logiche ripercussioni nelle retrovie: solo il palo, difatti, ha impedito a Kvaratskhelia di chiudere i giochi prima dei supplementari, materializzatisi dopo altri due grossi spaventi sul fronte londinese. Nei 30’ aggiuntivi è però successo poco o nulla, cosicché si è concretizzato l’epilogo più plausibile per risolvere un match del genere: determinante - al quinto tentativo - l’errore di Gabriel, che ha spedito in curva un pallone rivelatosi troppo pesante. Veder svanire il trofeo senza aver perso neppure una partita in tutto il torneo? Sì, è possibile anche questo. Se non altro, in casa Gunners, resterà la consolazione per il lungo digiuno rotto in campionato.
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