di Severino Piacquadio
Non si può parlare di rivincita, quella le americane se l’erano già presa nel 2012 ai Giochi di Londra. Ma da qualche ora la parola delusione è stata definitivamente cancellata dal vocabolario del calcio femminile statunitense. La delusione che era scaturita 4 anni fa a Francoforte nella finale persa (meglio sarebbe dire buttata via) ai rigori contro le giapponesi.
I numeri dicono che gli USA sono il paese dominante tra le calciatrici donne. Sette mondiali, solo 4 partite perse, tre titoli di campionesse, uno di vice-campionesse, e tre terzi posti. Mai giù dal podio. Se aggiungiamo il palmarès olimpico, vien da strabuzzare gli occhi: cinque edizioni giocate, 4 ori e un argento conquistati.
Eppure c’era un vuoto da colmare, un vuoto profondo 16 anni, quanti ne sono passati dal trionfo in casa del 1999 (con 90 mila spettatori a Pasadena e la finale vinta ai rigori sulla Cina) al 2015. Due i denominatori comuni: l’avversaria (asiatica) e la sede, il Nordamerica (Vancouver oltretutto dista dagli Stati Uniti come Airolo da Como). Due i nomi che hanno lasciato il segno sul successo: Carli Lloyd e Hope Solo. La prima, diventata in corso di torneo capitano, è andata in goal in 4 partite consecutive, quelle più importanti a eliminazione diretta, addirittura con la storica tripletta in finale mai riuscita a nessuna. La seconda ha eguagliato il record di imbattibilità a un Mondiale, 540 minuti, e finalmente conquistato l’unico trofeo che mancava alla sua straordinaria carrriera: la Coppa del Mondo. Il Giappone ha invece fallito il record di dieci vittorie consecutive a un Mondiale, e lasciato la Germania ancora sola a potersi fregiare della soddisfazione di aver vinto due edizioni di fila. La certezza è che il calcio femminile ha sempre più estimatori a livello planetario. E da quest’anno, qualcuno in più anche in Svizzera, grazie alla storica prima presenza delle rossocrociate in Canada.



