Mobilità dolce... ma fino ad un certo punto
Mobilità dolce... ma fino ad un certo punto (Reuters)

A Copenaghen la bici è una cosa seria

TransEuro2020Express, la capitale danese in questi giorni è tutta una festa

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Dall'inviato a Copenaghen Marcello Ierace

Copenaghen è affascinante, sorprendente. È capace di stravolgerti in un attimo tutti i cliché sulle grandi città del nord. Sarà l'estate, saranno i Campionati Europei (che qui si stanno vivendo con una passione che non ha nulla a che fare col freddino clima visto a Monaco e, soprattutto, a Roma), saranno gli ultimi giorni di scuola. Sia quel che sia, la capitale danese è tutta una festa, un turbinio di emozioni, un cuore che pulsa dall'alba fino a mezzanotte, orario in cui devono ancora chiudere bar e ristoranti. Locali pieni, giardini vivi e traboccanti di persone, strade brulicanti di auto e biciclette.

Biciclette, appunto. Che Copenaghen sia una delle grandi capitali delle due ruote non è certo una novità. Ma l'ignaro e ingenuo giornalista giunto dal Ticino non si attendeva le performance al pedale dei danesi anche quando si tratta di andare a comprare il pane, recarsi in ufficio o portare i figli a scuola. Immettersi nella corsie ciclabili è una scommessa col destino, paragonabile soltanto ad un incursione in una rotatoria romana (in auto) nell'ora di punta. Chi si ferma è perduto sembra il motto. Loro non rallentano, se il cielo vuole ti scansano con occhiatacce di odio e disprezzo, altrimenti non ti resta che sperare nella sorte. Per inserirsi nelle - perfette e ben segnalate - corsie ciclabili devi raggiungere il prima possibile una quota di marcia abbastanza sufficiente per evitare il pubblico ludibrio.

Ma quando pensi, dopo una giornata di polpacci gonfi, di essere quanto meno ad un ritmo decente, ti vedi sfrecciare di fianco - in una finta salita che per te sembra l'Alpe d'Huez - una mamma alla guida di una di quelle bici con carretto frontale (ovviamente rigorosamente non elettrica) con dentro due figli e abbondante spesa. Ti suona il campanello, ti supera come nemmeno Hamilton a Silverstone, e capisci che l'integrazione, almeno a livello stradale, è ben lungi dall'essere raggiunta. E la chiamano mobilità dolce...

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