di Piergiorgio Giambonini
Ci sono voluti dieci mesi e mezzo, e addirittura 20 partite (e 3 derby) per riconsegnare la Valascia nelle mani dei suoi legittimi proprietari. Perché solo una vittoria “piena” vale fino in fondo e senza riserve né rammarichi di vario genere. E perché quella vittoria “piena” all’Ambrì mancava appunto dal 24 gennaio, e l’aveva invano inseguita nelle ultime 6 partite della scorsa stagione (tra regular season e quarti di finale) e nelle prime 13 della corrente. Che questa vittoria “piena” sia arrivata in questo modo e in questa forma, è del resto giustificato su tutta la linea dalla storia e dai contenuti del derby numero 201. E riporta tra l’altro in perfetta parità il bilancio stagionale di un 3-1 più un overtime casalinghi a testa. In barba ai 22 punti ed alle sette posizioni di classifica che separano HCL e HCAP in classifica.
Ma l’Ambrì stavolta ha sofferto solo nel primo quarto d’ora, ovvero le prime quattro penalità. Poi il break di Aucoin proprio dalla panchina dei penalizzati per l’1-0 a tu per tu con Merzlikins, ha già segnato il destino della partita: i biancoblù hanno preso tantissima fiducia e fino in fondo hanno pattinato di più e lavorato meglio, mentre i bianconeri si sono infilati in un buco nero di idee, ritmo e concretezza. Decisivo poi l’allungo firmato tra il 32’ e il 36’ da Stucki e (in power-play) Giroux grazie al gran traffico creato sotto porta, e di lì in poi i leventinesi hanno potuto addirittura permettersi di peccare di supponenza, sbagliando sì pochissimo sul fronte difensivo ma sprecando davvero troppo in fase di rifinitura offensiva. Tanto da riportare in vita i fantasmi delle molte beffe subite in volata negli ultimi mesi, quando Pettersson (e chi se non lui?) al 55’ ha infilato il 3-1 a sei contro quattro, e Fischer ha poi tolto di nuovo il suo portiere a quasi tre minuti dal termine…
Ma la vittoria biancoblù è sacrosanta, e celebra al meglio questo derby che l’Ambrì ha giocato indossando una maglia speciale dedicata al suo “popolo”. Sacrosanta perché frutto del grande, solido e costante lavoro collettivo, oltre che dell’ottima prestazione del portiere d’emergenza Tobler, uscito dalla sua terza partita in tre giorni con un’impressionante statistica del 97% di tiri parati (29 su 30). Ed ora tocca a Pelletier cercare di convincere l’Olten a prolungare il prestito per le fondamentali sfide di giovedì contro il Friborgo e venerdì a Ginevra. Il rientro di Pestoni, stavolta a tempo pieno in prima linea, ha poi garantito un salto di qualità (per quanto non ancora di quantità…) sul fronte d’attacco.
Da parte sua il Lugano – le cui defezioni non possono e non devono servire da alibi – ha confermato che quel che di buono ed a tratti pure di ottimo ha fatto in questo autunno, lo deve quasi solo al suo primo superblocco e di riflesso al power-play. Perso Klasen, l’HCL era sì riuscito a vincere comunque a Kloten, ma poi ha perso tre partite di fila (incamerando un solo punto) al ritmo di un’unica rete segnata a serata. E ha perso totalmente efficacia in superiorità numerica (tra il 2-1 alla Schluefweg e l’1-3 alla Valascia, quasi 31 minuti più 4’14” a cinque contro tre senza segnare in power-play!). E Pettersson, orfano del suo regista e suggeritore perfetto, è rimasto letteralmente solo. E Filppula nel weekend si è addirittura spento, tanto che nel derby quando Fischer ha ridotto i ranghi per gli ultimi assalti, lo ha lasciato in panchina.
Su un solo fronte, per concludere, il Lugano ha fatto allora meglio dell’Ambrì in questo quarto derby stagionale, ovvero schierando 7 giocatori ticinesi contro i soli 3 dei biancoblù. Ma queste, in questi casi, sono e restano magrissime consolazioni.

