dell'inviato a Wimbledon Stefano Ferrando
Più furioso lui con se stesso o più delusi noi spettatori impotenti? Più arrabbiato Roger Federer o tristi coloro che vorrebbero vederlo ancora una volta alzare il trofeo che più ama? È una dura lotta, sinceramente innanzitutto perché Federer sa di aver perso da un ottimo giocatore, Milos Raonic, ma non un suo pari.
Il canadese, illuminato da John McEnroe (non dimenticate però che il suo coach si chiama Riccardo Piatti, un numero uno fra gli allenatori) ha trovato la via giusta per sbarcare in finale, la sua prima. Ha servito come sa, ha preso rischi superiori alla media, non ha perso una sola occasione per scendere a rete (e qui la mano di SuperMc si vede, eccome). Ha fatto tutto bene compreso intravvedere quello spiraglio che il basilese gli ha lasciato nel quarto set sul 5-6 40-0 servizio Federer: il momento chiave, l'attimo fuggente che il Divino è solito tenere gelosamente per sè e che invece questa volta ha consegnato nelle mani di quel ragazzone di passaporto canadese ma figlio del mondo (origini montenegrine, vive a Montecarlo, ha un allenatore italiano, un consulente spagnolo ed uno a stelle e strisce).
Ecco perché Federer è furioso, non ingannino l'apparente serenità mostrata in conferenza stampa né le battute atte a celarsi dietro la maschera dell'uomo maturo, campione affermato e padre di famiglia a cui non cambiano certo la vita una vittoria o una sconfitta in più o in meno. Riesce addirittura a trovare del positivo come il fatto di essersi scoperto competitivo fisicamente a quasi 35 anni e questo nonostante fosse reduce da uno stop e una serie di acciacchi vari. Non ha paura di guardare al futuro, di dare appuntamento al prossimo Wimbledon ma (e questo non lo dice) teme il dolore e la sconfitta: ripensate al suo sguardo dopo la caduta nel game "maledetto", alla richiesta del fisioterapista in campo per nulla...lì c'è tutto il Federer umano e vulnerabile che per un attimo dubita di se stesso e vede nero.
Impiegherà tempo, tanto tempo a digerire questa semifinale, la prima persa sul Centre Court. Impiegheremo ancor di più noi a non maledire quei due doppi falli, l'assurda scelta di rischiare la seconda di servizio quando il tiebreak del quarto set era ormai prossimo e Raonic alle corde. Wimbledon come New York, il 2016 come il 2009 quando gli US Open non potevano più sfuggirgli ed invece Federer decise di lasciarli a Del Potro.
Sette anni sono passati e quell'amarezza ora è pronta a lasciare il posto a questa, più grande e bruciante forse perché ogni occasione adesso pare l'ultima e noi mortali, dal divano di casa perennemente con le dita incrociate, fatichiamo a pensare che un'altra arriverà. Ma siate sinceri non pensavamo la stessa cosa nel 2014 o lo scorso anno? Tranquilli perciò in fondo mancano solo dodici mesi e poi quegli occhi tristi che hanno salutato il Centre Court oggi si ritufferanno nel verde di Wimbledon e, a quasi 36 anni, rincorreranno un nuovo sogno e noi forse dimenticheremo tutta questa amarezza.
Il servizio con Roger Federer (Rete Uno Sport 09.07.2016, 08h00)
RSI Sport 09.07.2016, 10:13
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