dall'inviato a Lilla Marcello Ierace
Adesso possiamo dirlo. Questo era davvero l’anno buono. Wawrinka era partito alla grande vincendo gli Australian Open e Federer sembrava assolutamente propenso verso i colori rossocrociati. Poi un tabellone non certo impossibile e qualche assenza (tipo quella di Djokovic nel primo turno) ci avevano spianato la strada. E quindi: se non ora, quando? Perché, siamo onesti, quando mai ci ricapiterà un’altra occasione come questa. Allora non bisognava lasciarsela scappare quest’opportunità: e la scelta di King Roger di pianificare la stagione anche in funzione della Coppa Davis è risultata assolutamente vincente.
Forse il basilese avrebbe vinto qualche torneo in più. Forse non avrebbe rinunciato alla finale dei Masters. Ma sicuramente non avrebbe vissuto un fine settimana come questo di Lilla. Un weekend culminato con una delle sue più impressionanti prestazioni della carriera, che gli ha consentito di chiudere un cerchio di gloria e successi iniziati nel 2001 a Milano e poi proseguiti con 17 titoli del Grande Slam, un oro olimpico e una miriade di altri trofei e riconoscimenti. Ma quest’ultimo, ce lo concederà, è qualcosa di speciale. Perché è il trionfo di un paese e non di un singolo, pur divinamente rappresentativo.
Cinquemila tifosi in trasferta Roger non li ha mai avuti, nemmeno nel suo giardino londinese, dove ha prodotto i capolavori più belli. Un popolo così festante e gioioso non lo si vede in nessun altro appuntamento tennistico al di fuori della Coppa Davis. Questo senso di appartenenza, questa passione, questa pressione, che può anche essere pericolosa. Ne sa qualcosa Tsonga, che a quella pressione non ha retto, ha gettato la spugna e si è beccato i fischi del suo pubblico. E son cose che ti porti dietro per sempre. Come tutti i tifosi svizzeri arrivati fin qui al Nord si porteranno dentro per sempre quei sorrisi, quegli abbracci, quell’argento scintillante che fa brillare gli occhi e riempie il cuore.
I commenti sul trionfo della Svizzera









