Frederic Rzewski
Frederic Rzewski

Frederic Rzewski

Domenica 13 ottobre, ore 17.15 - Lugano Besso / Studio 2 RSI

Ci fu il radicalismo della Neue Musik anni ‘50, poi la ribellione ai suoi diktat negli anni ‘60, quindi l’impegno politico che creò scompiglio nei 70. Se c’è un musicista che ha attraversato da protagonista tutte queste vicissitudini, questo è Frederic Rzewski, senza dubbio uno dei più ispirati e immaginativi pianisti-compositori dell’ultimo mezzo secolo.

Nato a Westfield, Massachusetts, nel 1938, Rzewski si è perfezionato a Princeton con Roger Sessions e Milton Babbitt. Quindi nel 1960 a Firenze con Dallapiccola e nel 1962 con Carter a Berlino. Da allora vive prevalentemente in Europa. Acquisito un solidissimo bagaglio, Rzewski esordisce, però, giovanissimo, quale splendido pianista interprete di monumentali opere dei capiscuola d’allora (Boulez, Stockhausen (prima assoluta del Klavierstück X). Nel 1966, in una Roma artisticamente vivace, con Alvin Curran e Richard Teitelbaum crea uno dei primissimi gruppi di improvvisazione libera, il MEV (Musica Elettronica Viva). Un gruppo aperto a musicisti con background diversi con i quali abbattere steccati, sperimentare commistioni varie, con o senza canovacci più o meno elaborati. Fra i più assidui, Steve Lacy, lui pure allora “romano”, e Anthony Braxton. Un luogo, anche, dove sperimentare nuove modalità comunicative e rapporti inconsueti con il pubblico. Sarà da queste sperimentazioni che il compositore americano trarrà ispirazione per la creazione delle sue prime importanti opere che combinano scrittura e libera improvvisazione, le cosiddette process pieces (Les moutons de Panurge, per citare il titolo più celebre di quel periodo). Venne poi l’impegno politico, che a sua volta incise inevitabilmente sulla sua riflessione creativa, fortunatamente senza nessuna deriva imbarazzante ). È di quel periodo l’opera pianistica più famosa di Rzewski, le monumentali variazioni su El pueblo unido, jamás será vencido (1975) modellate sui Lieder ohne Worte di Mendelsshon (6 quaderni per 6 Lieder ciascuno, come 36 sono le variazioni di Rzewski, che con grande raffinatezza ne mutuano la struttura). Anche qui il pianista-compositore si conferma musicista profondamente americano e la sua protesta non si arena in sinistre ideologie, ma s’incardina su di un anarchismo ben radicato, in lui come in molti suoi colleghi (da Cage via). Così dagli anni ‘70 la sua musica procede nel solco solidamente tracciato, incrementando, anzi, la sua ormai consolidata ibridazione e alimentando le sue già ricche strutture con frammenti di testo a loro volta concepiti quali elementi strutturanti: opera emblematica, qui, è il De Profundis ,“per pianista parlante” (1992) su frammenti di Oscar Wilde. Nel suo inesausto errare, negli anni ’80 Rzewski elabora nuove idee dimostrando come le serie di 12 note (lui, allievo riconoscente di Babbit) nasconda ancora ricche potenzialità, come poi farà in anni più recenti rivisitando “antichi” sperimentalismi o recuperando, senza rimorso alcuno, elementi ironicamente tonali (peraltro disseminati anche in lavori precedenti). Il tutto esibito con divertimento. O, se preferite, con la spudorata (e sana) sfacciataggine dell’avanguardia d’antan. (OT)

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