Nel 2024, 42’000 persone hanno sporto denuncia alla polizia per truffe informatiche. Un dato ben lontano dalla realtà: si stima infatti che solo una vittima su dieci intraprenda queste procedure. Vergogna, rassegnazione e scarse speranze di recuperare il denaro, spesso finito all’estero, spiegano questo silenzio.
Contrariamente a quanto si pensa, le vittime sono soprattutto giovani, attive e connesse, cadute nella rete di truffatori sempre più ingegnosi: il 78% di chi denuncia ha meno di 60 anni. Un fenomeno dalle conseguenze talvolta drammatiche, soprattutto quando le somme sottratte sono ingenti.
Marketplace, la giungla dei truffatori
Steven Bill, capo della sezione criminalità informatica della polizia neocastellana, osserva quotidianamente questo fenomeno. Secondo lui, la piattaforma Marketplace di Facebook è particolarmente problematica: “Marketplace rappresenta un problema piuttosto serio perché presenta enormi falle di sicurezza” spiega. “Facebook effettua pochissime verifiche sulle persone che pubblicano annunci. È davvero una giungla su questa piattaforma”.
Un dato apparentemente innocuo trasmesso con troppa fretta può trasformarsi in centinaia, se non migliaia di franchi che svaniscono. Per esempio, Chloé e Frédéric, una coppia di insegnanti neocastellani, si sono visti sottrarre 25’000 franchi in pochi minuti, dopo aver messo in vendita una semplice giacca su Marketplace. Il truffatore è riuscito a effettuare una decina di transazioni dal loro conto corrente. La banca ha rifiutato qualsiasi rimborso.
“Per la nostra banca, farsi svuotare il 90% del conto tramite dodici transazioni diverse verso un conto sconosciuto non è considerato fraudolento” ironizza Chloé. “C’è chiaramente qualcosa che non funziona nel loro sistema. E la protezione dei clienti non esiste”.
Le banche fanno abbastanza?
Olivier Beaudet-Labreque, esperto di criminalità informatica e professore alla HEC Arc di Neuchâtel, esprime un giudizio severo su alcune banche svizzere: “Ci sono istituti che puntano sulla vicinanza al cliente e per i quali la protezione delle vittime di frodi è una priorità strategica. Per altri, invece, la tutela delle potenziali vittime non è una priorità, ma solo un rischio operativo”. Secondo lui, le banche dovrebbero fare di più in materia di rilevamento delle frodi.
Diversi agenti di polizia denunciano a loro volta l’atteggiamento passivo di alcuni istituti finanziari quando si tratta di fermare una truffa in corso. “Spesso, se è la polizia a contattarli, alcune banche rifiutano di collaborare, sostenendo che non siamo l’interlocutore giusto per chiedere il blocco immediato di un conto”, spiega Steven Bill.
Eppure, in questi casi ogni minuto conta: “Se il pagamento è partito da cinque minuti, il processo di riciclaggio è già avviato e dobbiamo poter bloccare rapidamente il conto su cui è arrivato il denaro. Per questo serve la collaborazione delle banche. E oggi, dobbiamo constatare che secondo noi non funziona abbastanza bene” deplora il poliziotto.
Secondo lui, la collaborazione è spesso migliore con le piccole banche rispetto alle grandi: “È davvero frustrante, perché cerchiamo di salvaguardare i beni delle vittime. E siamo bloccati non all’estero, ma già in Svizzera, per questioni di legislazione e procedure interne di alcune banche… Tutti dovrebbero remare nella stessa direzione: evitare che il denaro sparisca e finisca nelle reti criminali”.
Un problema che l’Associazione svizzera dei banchieri (ASB), che riunisce le principali banche del Paese, afferma di prendere molto sul serio. “Abbiamo creato un gruppo di lavoro. Abbiamo constatato che c’era bisogno di una collaborazione e di una cooperazione forti, sia tra le banche stesse, sia con le autorità, in particolare quelle di polizia”, spiega Richard Hess, responsabile della finanza digitale dell’ASB.
Vittime raramente rimborsate in Svizzera
È molto raro che le vittime vengano indennizzate dalla propria banca. Gli istituti tendono generalmente a scaricare la responsabilità sui clienti, sostenendo che abbiano trasmesso un’informazione o scansionato un codice QR fraudolento.
Per Olivier Beaudet-Labreque, lo Stato avrebbe tutto l’interesse a obbligare le banche a garantire una maggiore sicurezza dei fondi: “Penso che la Svizzera dovrebbe introdurre meccanismi che spingano le banche a vedere un vantaggio finanziario nel proteggere meglio i propri clienti. Perché, alla fine, quando si è vittima di una truffa informatica, i costi ricadono sullo Stato” precisa.
“La Svizzera è molto indietro”
La vicepresidente dell’UDC, Céline Amaudruz, ritiene che “la Svizzera sia molto indietro” in questo ambito. Il livello di “questa criminalità è astronomico. Le cifre ci dicono che dal 2025 ci saranno 10’000 miliardi di danni legati alla cybercriminalità. Il problema è: come combatterla? Per farlo servono più risorse per analizzare e individuare in anticipo tutte queste frodi”.
Per la politica, attiva professionalmente nel settore bancario, non si tratta però di inasprire le regole per gli istituti finanziari: “Non penso che il privato possa essere ritenuto responsabile di atti criminali. (…) La realtà è che dobbiamo combattere i criminali, non le banche che investono il massimo delle risorse nella sicurezza dei loro clienti”.
L’esempio britannico
Nel Regno Unito, il Governo ha adottato una misura radicale un anno fa: le banche hanno ora l’obbligo di rimborsare i clienti truffati, fino all’equivalente di 90’000 franchi. L’obiettivo era ribaltare la responsabilità e costringere gli istituti finanziari a rafforzare la sicurezza. Da allora il 90% delle somme sottratte è stato rimborsato e il numero di truffe è diminuito del 20%.
Il rovescio della medaglia dei controlli rafforzati dalle banche è che i pagamenti vengono analizzati e sono richieste numerose validazioni prima di ogni transazione, il che rallenta il sistema.
Un percorso che l’Associazione svizzera dei banchieri (ASB) non intende seguire. “Conosciamo questo sviluppo nel Regno Unito” commenta Richard Hess. “Per la Svizzera non vediamo la necessità di agire, per diverse ragioni. Una di queste è che, dal nostro punto di vista, non risolve il problema, lo sposta soltanto. Inoltre crea incentivi sbagliati e noi puntiamo molto di più sulla cooperazione e sulla sensibilizzazione”.
Articolo legato alla puntata di Patti chiari del 06.02.2026 andata in onda su RSI LA1 alle 20.40


