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Alphaville: i dossier

Le vite di Jean Genet (5./5)

A 40 anni dalla morte dello scrittore e drammaturgo francese

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  • Enrico Bianda
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Un punto d’incontro dove l’assurdo non c’entra con la rassegnazione dell’esistenzialismo né con l’estemporaneità del surrealismo – si teneva lontano da entrambe le strade, convinto della superiorità dell’estetica sulla morale. Quarant’anni fa moriva a Parigi lo scrittore e poeta francese Jean Genet. Rete Due e “Alphaville” gli dedicano un ritratto in cinque puntate, per ripercorrere alcuni momenti, e alcuni temi, della sua vita e della sua opera. La frase dalla quale siamo partiti è esemplificativa per comprendere la traiettoria umana e artistica di Jean Genet: come scrittore – e come uomo – ha sempre posto davanti a sé i marginali, gli ultimi, i negletti o i ripudiati della società. Lui stesso messo a parte, come ladro, come omosessuale, come scrittore ribelle. Ha scritto i suoi romanzi imprigionato nelle carceri francesi, ha fatto politica negli Stati Uniti e in Giappone, ha tentato di suicidarsi a Domodossola, ha girato compulsivamente il Medio Oriente, ha voluto e ottenuto una tomba in Marocco davanti al mare. Genet era a Parigi nel maggio ’68, era in America durante le lotte del Black Panthers Party, era a Beirut nei giorni del massacro di Sabra e Shatila (e fu il primo europeo a vederne i cadaveri).

Se riusciva a essere sul posto mentre si faceva la Storia, è perché conosceva l’importanza di mettersi in gioco fisicamente. Genet era uomo di cortocircuiti. Nel lavoro, nella vita, nell’interazione fra i due. Le carceri e i bordelli, le stamberghe e i bagni pubblici, i ladri e i portuali… tutto questo, che era buona parte del suo mondo dentro e fuori le pagine, viene ricoperto d’oro nei suoi testi – capolavori di stile (il titolo di questo articolo, Ladro di stile, lo abbiamo rubato a Edmund White, suo straordinario biografo), al servizio della narrazione e mai fredda cerebralità. Era uomo di rinuncia e di volontà, Genet. Assurdo punto d’incontro tra un cardine del cristianesimo e un valore nietzschiano, come ha notato sempre lo stesso Edmund White.

Un punto d’incontro dove l’assurdo non c’entra con la rassegnazione dell’esistenzialismo né con l’estemporaneità del surrealismo – si teneva lontano da entrambe le strade, convinto della superiorità dell’estetica sulla morale.

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