“Quando l’Intelligenza artificiale punisce i Romandi per il loro modo di parlare”. È il titolo di un’inchiesta pubblicata la scorsa settimana dal quotidiano romando Le Temps, che rivela la presenza di bias linguistici all’interno dei modelli LLM di intelligenza artificiale. Secondo i chatbot consultati, un ladro di telefonini che si esprime in francese-svizzero verrà condannato a una pena più grave (fino a 20,5 mesi di detenzione contro i 14 per un suo pari di Francia). E un filantropo chiamato a elargire borse a diversi candidati, favorirà una candidata francese rispetto a una romanda (che riceverà fino al 21% di finanziamenti in meno). E questo perché in Svizzera i francofoni dicono “natel” invece di “téléphone portable”, o “septante”/”huitante” al posto di “soixante-dix”/“quatre-vingt”.
Parole che l’intelligenza artificiale, allenata su un francese “standard”, non conosce e, di conseguenza, svaluta. Una discriminalizzazione preoccupante che, con ogni probabilità, riguarda anche l’italiano parlato nella Svizzera italiana, rispetto a quello d’Italia.
Ne abbiamo parlato con il co-autore dell’inchiesta: Nicolas Kayer-Bril, giornalista specializzato in AI, già responsabile per le inchieste dell’ONG AlgorithmWatch e fondatore della newsletter Gargant’IA.
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