C’è stato un tempo, nel jazz, in cui la grandezza coincideva quasi sempre con l’occupazione dello spazio: il solista che emerge, il timbro che si impone, la firma sonora subito riconoscibile. Oggi, forse, le musiche più interessanti sembrano muoversi nella direzione opposta. Non cercano il centro della scena ma il margine, la vibrazione laterale, la capacità di modificare il paesaggio senza dominarlo apertamente. Ed è difficile immaginare un musicista che incarni questa idea meglio di Bill Frisell.
Questa puntata di “Bourbon Street” parte proprio da qui: dalla figura di un artista che, da oltre trent’anni, attraversa il jazz contemporaneo come una presenza discreta eppure decisiva. Frisell compare ovunque, ma quasi mai come protagonista nel senso tradizionale del termine. Piuttosto come un montatore di memoria americana, capace di tenere insieme folk, avanguardia downtown, country, Morricone, blues rurale e minimalismo senza mai trasformare la propria musica in un esercizio di stile.
Da Quiet Lights, nuovo lavoro del batterista svizzero Florian Arbenz con Greg Osby e lo stesso Frisell, emerge una musica costruita più sulle omissioni che sulle affermazioni: trio senza contrabbasso, registrazione quasi interamente in presa diretta, equilibrio fragile fra improvvisazione e silenzio.
Attorno a questa estetica della sottrazione si muovono anche i Westerlies, quartetto di ottoni newyorkese che rilegge il repertorio friselliano evitando ogni deferenza museale.
O ancora Iain Ballamy, con il fluire quasi acquatico di Riversphere Vol.1, oppure Thomas Morgan, il cui debutto da leader – Around you is a forest – sembra nascere dentro quella comunità invisibile di musicisti che Frisell ha contribuito a creare senza mai dichiararne apertamente i confini.
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