Diego Armando Maradona (1960-2020) solleva la Coppa del Mondo, Città del Messico 1986 (Keystone )

Diego Armando Maradona, l'aquilone cosmico

di Valerio Rosa

“Che vi siete persi…”: i tifosi del Napoli compatirono così i loro defunti il 10 maggio 1987, festeggiando la conquista del primo scudetto. L’eterno riposo e la definitiva indifferenza alle miserie umane aveva privato i morti napoletani della partecipazione a un evento storico, suggellato dalle magie di Diego Armando Maradona, "il divino sgorbio" (come lo chiamava il giornalista sportivo Gianni Brera), lo scugnizzo impertinente e stortignaccolo venuto, ma potremmo anche dire tornato, dall’altra parte del mondo a liberare il suo estro anarchico nella tradizione inventiva, fantasiosa e visionaria di una città che sembrava non aspettasse altro. Jorge Valdano, filosofo del calcio e suo compagno in nazionale, ricorda che dominava il pallone con la grazia di un ragazzino, con l’abilità di un prestigiatore, con il coraggio di un folle, e che tutto quello che faceva su un campo di calcio era perfettamente irragionevole. A tal punto da confondere i portieri, che non intuivano le traiettorie dei suoi tiri, scoccati da posizioni impossibili, e venivano spiazzati dai suoi calci di rigore lentissimi e irridenti. E a tal punto da disorientare, scombussolare e annichilire i difensori avversari, impotenti davanti alle finte di un talento che si esprimeva ingannando, perché Maradona faceva credere di andare in una direzione, ma poi con uno scatto improvviso cambiava strada: e questa è la qualità da cui anche nella musica, nella letteratura, in qualsiasi forma d’arte si riconosce il genio, che spiazza e sorprende. Ogni sua giocata era una rivelazione improvvisa della bellezza, l’invenzione di un modo di toccare, accarezzare, corteggiare la palla a cui nessuno aveva mai pensato prima. “Mettetela dove volete, gente così, su un campo di calcio, su un prato, in un vicolo, su una spiaggia”; ha scritto l’editore svizzero Vladimir Dimitrijević, “e nel giro di dieci minuti si formano capannelli di persone, e le casalinghe posano i sacchetti della spesa per contemplare il fenomeno”. A Maradona di minuti ne bastarono cinque, ai mondiali dell’86, per riscrivere la storia del calcio: ne fecero le spese gli inglesi, prima turlupinati da un goal di mano che ingannò l’arbitro, la mano de Dios scesa dal cielo a vendicare le Falkland, e poi saltati uno per uno in una corsa matta e disperatissima che proseguiva e portava a termine la fuga da Villa Fiorito, il sobborgo dell’infanzia, una striscia di rabbia e miseria tra catapecchie senza fogne e strade senza asfalto e senza luce, dove Maradona aveva imparato le astuzie, gli espedienti e le furberie necessarie per sopravvivere nei quartieri dove il sole del buon Dio, direbbe De André, non dà i suoi raggi. Quel Dio a cui aveva preso in prestito il piede sinistro, che finiva dove cominciava una palla di cuoio, senza la quale cascava in tutte le trappole che la fama e la ricchezza possono tendere a chi sia partito dal nulla. Chi gli voleva bene o diceva di volergliene non seppe come aiutarlo. I padroni del calcio lo usarono per accendere i riflettori sui mondiali del ’94, salvo poi fermarlo con un controllo antidoping, dieci anni dopo che il fallo di un rude difensore basco, Andoni Goikoetxea detto “il macellaio di Bilbao”, aveva rischiato di stroncargli la carriera. “Due volte nella polvere, due volte sull’altar”, come Napoleone Bonaparte nell’ode dedicatagli da Manzoni: Maradona “cadde, risorse e giacque”, e la terra non sa “quando una simile orma di piè mortale la sua cruenta polvere a calpestar verrà”. Maradona ha avuto il suo Manzoni, che ne ha cantato le gesta in diretta: è il telecronista Morales, che di nome fa Victor Hugo, un nome un destino, ma anche un dovere e una missione, perché in Sudamerica il suo ruolo fa parte dello spettacolo ed è concepito come uno spettacolo: nel suo racconto delirante e appassionato del secondo gol all’Inghilterra ha urlato, piangendo a dirotto: “Aquilone cosmico, da quale pianeta sei venuto?”. E forse Maradona è stato davvero un alieno, come Kunt, il marziano a Roma del racconto di Ennio Flaiano, prima osannato come un Messia e poi, passata la curiosità, abbandonato al suo destino: tutti lo hanno visto, molti gli hanno parlato, ma nessuno lo ha capito.

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