Garrincha segna il 2-0 del suo Brasile contro la Bulgaria, mondiali Inghilterra 1966 (Keystone)

Garrincha, l'albatro

di Valerio Rosa

“Quando lo vidi mi sembrava uno scherzo, con quelle gambe storte, l’andatura da zoppo e il fisico di uno che può fare tante cose nella vita meno una: giocare al calcio. Come gli passano la palla gli vado incontro cercando di portarlo verso il fallo laterale per prendergliela con il sinistro, come facevo sempre. Lui invece mi fa una finta, mi sbilancia e se ne va. Nemmeno il tempo di girarmi per riprenderlo e ha già crossato. La seconda volta mi fa passare la palla in mezzo alle gambe e io lo fermo con un braccio e gli dico: senti ragazzino, certe cose con me non farle più. La terza volta mi fa un pallonetto e sento ridere i pochi spettatori che assistono all’allenamento. Mi incazzo e quando mi si ripresenta di fronte cerco di sgambettarlo, ma non riesco a prenderlo. Alla fine vado dai dirigenti del Botafogo e dico: tesseratelo subito, questo è un fenomeno…”.

E i dirigenti del Botafogo non possono non fidarsi di Nilton Santos, detto l’Enciclopedia, il più grande terzino sinistro di tutti i tempi. Il ragazzino che, senza provare alcuna soggezione, lo ha umiliato con la naturalezza dei predestinati si chiama Manoel Francisco dos Santos. Lo chiamano Garrincha, come un goffo uccello brasiliano a cui somiglia per l’aspetto esile. Non ha l’aspetto né le caratteristiche fisiche di uno sportivo: il ginocchio destro ricurvo verso l’interno e quello sinistro verso l’esterno, il bacino sbilanciato, la spina dorsale deformata, la gamba sinistra più corta di quella destra. Conseguenze di una cattiva crescita dovuta alla poliomelite contratta da bambino. Ma il calcio ha una componente egualitaria che altre discipline non hanno: non esiste un modello di giocatore ideale. Anzi, i calciatori eccezionali trasformano i loro difetti in qualità sublimi. E appena entrano in possesso della palla, regalano magie che i comuni mortali non sono in grado nemmeno di concepire. Per questo il calcio non è aristocratico, ma nobile. E Garrincha ha quel modo tutto suo di correre con la palla al piede, di fintare, di dribblare che gli avversari non hanno la più pallida idea di come affrontarlo. L’imprevedibilità dei movimenti lo rende immarcabile. A volte aspetta il ritorno dell’avversario che ha appena superato per il gusto di dribblarlo di nuovo, non per disprezzo o irrisione, ma perché interpreta il calcio con un’incosciente, dissennata, illogica allegria. Il suo gioco istintivo, che fa impazzire i tifosi, sembra la manifestazione dell’inesorabile potenza della natura, che si scatena all’improvviso e tutto travolge, comprese le preoccupazioni, le cautele, le inutili contromisure dell’uomo, a cui è totalmente indifferente: è Moby Dick, al di là del bene e del male. Ma è anche l’albatro di Baudelaire, sublime principe delle nuvole quando vola, e incompreso, deriso, maldestro, impacciato, comico e sgraziato sulla terra, dove le sue strabilianti capacità diventano inutili. Così è per Garrincha, che nella vita quotidiana e senza il pallone tra i piedi è un uccellino smarrito. Lo spiega un po’ brutalmente lo psicologo che lo sottopone a un test prima dei mondiali del ’58: “ha la psiche di un bambino di quattro anni, non ha l’intelligenza per fare l’autista d’omnibus”. Gli allenatori, del resto, lo esonerano dalle sedute tattiche, perché tanto non le capirebbe. È rimasto un ragazzino ingenuo, poco consapevole della realtà che lo circonda. Lo avrà pensato anche il presidente brasiliano Kubitschek, che per ricompensarlo della vittoria ai mondiali del ’58 gli promette una villa: Garrincha, che, come un altro grande anarchico, il bracchetto Snoopy, capisce il linguaggio degli uccelli, chiede invece come premio la liberazione del canarino che il presidente tiene in gabbia. Col Brasile vince da assoluto protagonista anche i mondiali del ’62, di cui sarà capocannoniere, ma poi, incapace di gestire il successo e i guadagni, vive un triste declino, schiavo del sesso e dell’alcool, perseguitato dai creditori e truffato da chiunque, e muore a 49 anni, da solo, come un uccellino abbandonato sotto la pioggia.

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