Moacir Barbosa Nascimento (1921-2000) (Keystone)

Moacyr Barbosa, il portiere caduto alla difesa

di Valerio Rosa

Alle 16:38 del 16 luglio 1950, da angoli inaccessibili dell’universo, un silenzio di ghiaccio, irreale, terrificante, cala all’improvviso sul Maracanã, il nuovo stadio che i brasiliani hanno costruito nel centro geometrico di Rio de Janeiro per celebrare il loro futebol bailado, aspettandosi di conquistare il campionato del mondo che hanno organizzato apposta. Artisti, giocolieri, funamboli che giocano a ritmo di samba, irridono gli avversari, scambiano, fraseggiano, ricamano, trattano il pallone con tocchi delicati e carezze sensuali, perché “a bola” in Brasile è donna, una signorina tutta curve e cuoio che si offre docilmente ai più tecnici e ai più talentuosi, i ballerini di una danza che è gioia, allegria, un perenne carnevale a cui partecipa, malvisto, anche il portiere. Guastafeste e nemico della bellezza quando evita un goal, unico colpevole quando lo subisce. Un’ordalia inappellabile e infame, descritta così da Eduardo Galeano: “Gli altri giocatori possono sbagliarsi di brutto una volta o anche di più, ma si riscattano con una finta spettacolare, un passaggio magistrale, un tiro a colpo sicuro: lui no. La folla non perdona il portiere. È uscito a vuoto? Ha fatto una papera? Gli è sfuggito il pallone? Le mani di acciaio sono diventate di seta? Con una sola papera il portiere rovina una partita o perde un campionato, e allora il pubblico dimentica immediatamente tutte le prodezze e lo condanna alla disgrazia eterna. La maledizione lo perseguiterà fino alla fine dei suoi giorni”. È la sorte toccata a Moacyr Barbosa, portiere del Brasile che quel 16 luglio del 1950 si gioca il titolo mondiale contro l’Uruguay. Un cammino trionfale, quello del Brasile: con l’esibizione sfrontata di una naturale e umiliante superiorità vengono spazzati via il Messico, la Jugoslavia di Čajkovskij primo e Čajkovskij secondo, la Svezia e la Spagna. Solo la Svizzera, rischiando la lesa maestà, costringe i brasiliani al pareggio. Ma nessuno dubita della vittoria finale. Per il corteo celebrativo vengono incisi sulle fiancate di undici limousine i nomi dei futuri campioni. La “Gazeta esportiva” di San Paolo titola: “Domani batteremo l’Uruguay”, senza neanche lo scrupolo di aggiungere un punto interrogativo. Prima della partita, attraverso i 254 altoparlanti, il prefetto Ângelo Mendes de Moraes, che con grande umiltà si è fatto intitolare lo stadio, proclama: “Voi, brasiliani, che io considero vincitori del Campionato del Mondo. Voi, che non avete rivali in tutto l’emisfero. Voi, che non vi ferma nessuno. Siete voi che io saluto come vincitori”. Tutti trascurano quel piccolo dettaglio dell’Uruguay. Ma che cos’è l’Uruguay? Ce lo spiega Jorge Valdano: “L’Uruguay è uno di quei Paesi dove dovrebbero mettere delle porte di calcio alle frontiere. Al visitatore sarebbe chiaro che quel Paese altro non è che un gran campo di football con l’aggiunta di alcune presenze accidentali: alberi, mucche, strade, edifici…” E se l’Inghilterra è la madre del calcio, l’Uruguay è il padre. E alla fine vince la squadra sbagliata, vincono per 2-1 le stelle uruguaiane cantate da Paolo Conte: il geniale Schiaffino, il velocissimo Ghiggia, il carismatico Obdulio Varela, e un portiere dalla fortuna sfacciata, Maspoli, possessore per due volte del biglietto vincente della lotteria nazionale. Alle 16:38 il goal della vittoria si abbatte sul povero Moacyr Barbosa e sull’intero Brasile. Sono quasi le cinque della sera, e come nella poesia di Garcìa Lorca le ferite bruciano come soli. Una sconfitta epocale, che i brasiliani vivranno come una delle più grandi tragedie della loro storia, imprimendo indelebilmente su Moacyr Barbosa la lettera scarlatta dell’infamia. Additato, insultato ed emarginato come l’uomo che ha fatto piangere un Paese intero, vittima di una crudele condanna a vita, su di lui il Brasile riversa il proprio complesso del cane randagio, che gli altri prendono a calci e maltrattano. Ciò che è stato perdonato ai peggiori criminali non verrà mai perdonato a Moacyr Barbosa, il perdente, il menagramo, il fallito, cristallizzato per sempre, come una farfalla infilzata da un entomologo, come un pompeiano sorpreso dall’eruzione del Vesuvio, in quell’attimo fatale, alle 16:38 del 16 luglio 1950, in un’immagine che fa pensare ai versi di Umberto Saba: “il portiere caduto alla difesa ultima vana, contro terra cela la faccia, a non veder l’amara luce”.

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