L’Algeria e le ferite ancora aperte in Francia

di Alessandro Bertellotti

Sessant’anni fa venivano firmati gli accordi di Evian, che portarono al cessate-il-fuoco in Algeria e all’indipendenza, dopo 132 anni, del territorio francese in Nord Africa. Un trattato che vede anche la Svizzera coinvolta come mediatrice. Il governo provvisorio algerino e l’esecutivo francese, con quelle firme, posero fine a otto anni di conflitto e nel 1962 la Francia non si trovò più occupata su nessun fronte bellico, dopo la seconda guerra mondiale, gli scontri militari in Madagascar, in Indocina e in altre parti dell’Africa. Ma la questione algerina costituisce una ferita ancora aperta nella società e nella politica francesi. Parigi ha addirittura faticato ad associare quel periodo storico con il termine “guerra” (avvenne solo nel 1999), i diversi presidenti, da Giscard D’Estaing a Mitterrand, da Chirac fino a Hollande hanno sempre cercato un equilibrio verbale e diplomatico nell’affrontare visite di stato, ricorrenze e confronto con il passato periodo coloniale. Il tema non viene dimenticato nella campagna elettorale per le presidenziali e solo pochi giorni fa il parlamento francese, a larga maggioranza e dopo una chiara presa di posizione del presidente Macron, ha riconosciuto gli errori del passato e compreso il dolore di chi è stato costretto ad abbandonare la propria terra, come conseguenza indiretta degli accordi di Evian.

Con Maurice Vaïsse, docente, saggista e storico, autore di numerosi lavori sulla guerra di Algeria tra cui “Vers la paix en Algerie” (2022) e Marc Lazar, professore all’Università Sciences Po a Parigi, storico e saggista.