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Pigrizia

di Letizia Bolzani

“Pigro” non è un aggettivo connotato positivamente, lo sappiamo. Pigro, lazzarone, fannullone, scansafatiche e tutto il corredo di sinonimi spregiativi. Anche la tradizione popolare ha una nutrita collezione di proverbi sull’argomento, a cominciare da “l’ozio è il padre dei vizi”. Ma già qui potremmo porci una domanda: pigrizia e ozio sono equivalenti? O forse l’ozio è più una questione che ha a che fare con la scansione del tempo, il tempo contrapposto al lavoro (al negotium, direbbero gli antichi), mentre la pigrizia sembrerebbe piuttosto un atteggiamento comportamentale.

La tradizione filosofica ha riflettuto sulla pigrizia, in molti casi valutandola negativamente, in relazione all’etica del lavoro (ad esempio nella tradizione cristiana, ma anche in quella marxista); in altri casi, come è accaduto in una corrente di pensiero di matrice anglosassone, la pigrizia ha assunto delle valenze positive.

E noi, oggi, potremmo anche pensarla (beninteso quando è più contemplativa che scansafatiche) come una sorta di resistenza all’imperativo della performance consumistica.

Ne abbiamo parlato con Gianfranco Marrone, professore ordinario di Semiotica all’Università di Palermo e autore di un recente saggio intitolato "La fatica di essere pigri " (Edizioni Raffaello Cortina).

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