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Un cervello per 150 amici

a cura di Clara Caverzasio

Il giardino di Albert
Sabato 19 marzo 2016 alle 18:00

Replica domenica 20 marzo 2016 alle 10:35

10,100,1000 amici? Si fa presto a dirlo. È vero, nell'era di Facebook tutti possiamo vantare amici in quantità. Virtuali, però: in realtà di amici reali – persone con cui intrattenere nel tempo relazioni continue –possiamo averne solo un numero limitato. Non più di 150, per la precisione. Lo sostiene l'antropologo evoluzionista inglese Robin Dunbar, che nelle sue ricerche – a partire dal saggio The Social Brain Hypothesis, del 1998 – ha dimostrato come l'evoluzione abbia calibrato la neocorteccia cerebrale in modo da poter gestire un numero di relazioni sociali non superiore a 150. Un numero che, stando ai suoi studi, è applicabile a qualsiasi contesto, gruppo sociale ed epoca, dal Neolitico ad oggi. Studiando gruppi di scimpanzé che si spulciavano a vicenda, Dunbar notò che il numero massimo dei membri di ogni gruppo restava stabile nonostante uscite e avvicendamenti al loro interno. Studiò quindi la formazione di comunità umane nel Neolitico, e ne dedusse che il numero medio di relazioni in un gruppo che ha un forte incentivo a rimanere unito per motivi di sopravvivenza è proprio 150. In seguito, assieme ad altri ricercatori, Dunbar rintracciò gruppi di 150 individui ovunque. Nella storia militare d'Occidente, la più piccola delle unità militari autonome, la compagnia, in genere è composta di 150 soldati. La comune degli Hutteriti, una setta anabattista autosufficiente, simile agli Amish, finisce per sfaldarsi ogni qualvolta supera i 150 membri. E anche su Facebook, il numero di amici con i quali ci si relaziona sono in media 150, come conferma un suo studio da poco pubblicato sulla rivista Royal Society Open Science. Anche se viviamo in un pianeta sempre più globalizzato, affollato e connesso, quindi, abbiamo attitudini sociali da età della pietra? L’uomo ha dei limiti cognitivi che nemmeno le tecnologie dell’informazione e i social media possono superare? Nel Giardino di Albert di sabato 19 marzo se ne discute con l’antropologo Adriano Fàvole dell’università degli studi di Torino e con Giovanni Boccia Artieri, sociologo dei media digitali all’università di Urbino.

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