Soldati curdi a Kobani, Siria, gennaio 2015
Soldati curdi a Kobani, Siria, gennaio 2015 (Reuters)

Il guerriero buono

di Guido Piccoli

Venerdì 12 giugno 2015 alle 09:00
Replica alle 22:35

 

Ci sono i mercenari che affiorano, e nemmeno sempre, solo se muoiono. Poi ci sono quelli che vanno a combattere con i “cattivi”, dei quali si viene a sapere soltanto se e quando vengono catturati. Karim Franceschi è invece il primo e unico italiano che si è arruolato tra coloro che, almeno per ora, sono giudicati “buoni” in Occidente, cioè i curdi che hanno bloccato le milizie dell’Isis a Kobane.

Sebbene quelli come lui siano definiti “foreign fighters”, Karim preferisce chiamarsi “partisan fighter”, anche in ricordo del padre che combattè da partigiano i tedeschi sulle montagne toscane 70 anni fa e che, già anziano, sposò la madre marocchina. All’inizio di quest’anno, Karim decise di mettere a rischio la sua vita, arruolandosi nelle milizie curde del Ypg, dopo avere portato a Kobane, con una comitiva umanitaria, viveri e medicinali e capito che occorresse fare di più.

A Laser il venticinquenne anconitano racconta la sua avventura di tre mesi col kalashnikov in mano pronto a sparare ogni giorno contro un nemico, talvolta lontano pochi metri. Karim parla di coraggio e di paura, descrivendo assalti e imboscate, le armi di ogni tipo, i martiri e i prigionieri, evitando di rispondere soltanto alla domanda su quanti nemici del Califfato abbia dovuto ammazzare, per sopravvivere oltre che per liberare Kobane: la guerra comunque rimane la più dolorosa attività umana.

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