Laser

L’ultimo appuntamento

di Romano Giuffrida

  • 23.02.2015, 10:00
Philippe de Champaigne, Un fiore, un cranio e una clessidra, che simboleggiano rispettivamente la Vita, la Morte e il Tempo

Philippe de Champaigne, Un fiore, un cranio e una clessidra, che simboleggiano rispettivamente la Vita, la Morte e il Tempo

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L'ultimo appuntamento

Laser 23.02.2015, 01:00

Se ne parla solo se si è costretti, altrimenti si cerca di ignorarla, di “fare come se non ci fosse”: la morte, anche in questo inizio di Terzo millennio, continua infatti, a essere uno dei grandi tabù della cultura occidentale.

A differenza del passato, un passato anche solo di qualche decennio fa, quando cioè abiti neri per le donne e segni di lutto ben visibili (una fascia nera al braccio piuttosto che un bottone nero all’occhiello della giacca) per gli uomini, segnalavano l’afflizione patita, la morte oggi, da chi rimane, non deve essere “detta”, deve rimanere un fatto privato, nascosto, ininfluente sulle proprie attività lavorative e sulle relazioni sociali. Tutt’al più, la morte è “spettacolo” ossia la si “guarda” nei telegiornali o al cinema, ponendo cioè tra noi e lei una distanza mediatica che alla fine ce la fa ritenere altro da noi, qualcosa che forse non ci riguarda, con il risultato, però, che quando la “sentiamo” vicina, a noi o ai nostri cari, improvvisamente sembra che il mondo ci caschi addosso. Perché? Perché molto spesso non abbiamo gli strumenti culturali per comprendere il senso della morte e per considerarla parte integrante e ineliminabile della nostra vita. Ripartendo da alcune considerazioni su questi temi che emersero durante un’intervista di qualche anno fa allo psichiatra e psicanalista Graziano Martignoni, Romano Giuffrida ne ha voluto parlare con persone che invece, per necessità o per scelta, la morte l’hanno “guardata da vicino”: Cinzia ed Enrico, che liberamente tempo fa scelsero di confrontarsi periodicamente con un gruppo di amici e amiche sulle proprie paure, il proprio immaginario e le reciproche aspettative legate all’ultimo giorno; Paola Olmi che, invece, anni fa fu stata costretta a fare i conti con la propria possibile morte a causa di un tumore (ciò che ha provato e quelle che sono state le sue riflessioni sul tema, le ha poi “condensate” in un romanzo-testimonianza Anna che mentre combatte non è sola -Ed. Cattedrale, 2014); e infine Annamaria Marzi, direttrice dell’Hospice Casa Madonna dell’Uliveto di Albinea in provincia di Reggio Emilia, che con la morte si confronta tutti i giorni da anni, da quando cioè ha voluto dedicare la propria vita al sostegno e all’accompagnamento dei malati terminali.

Quattro sguardi diversi da diverse prospettive culturali ed esistenziali ma un’unica vera domanda: come vorrebbero che fosse il loro “ultimo giorno”?

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