Poschiavo è un paese travestito da cittadina elegante. Incastonato nella valle come un vero e proprio gioiello, il lago blu, le montagne fitte ai lati, i tetti in piode che a guardarli dall’alto sembrano d’argento. Un mondo sospeso nel tempo, dove ogni angolo dice leggenda, e l’emigrazione ha portato i suoi frutti a casa. Un popolo fiero e accogliente come accade di rado, dove la gente ti saluta per strada con un ciao d’ordinanza (ho visto un cartello che lo impone lungo una passeggiata), e poi ti parla in dialetto poschiavino. A metà strada tra due confini che sembran stretti ma dentro ci si sta comodi, l’Italia e la svizzera di lingua e cultura tedesca, lungo quel trenino che fa sognare. Ecco, in questo luogo pullulano ristoranti e osterie, la gente esce in piazza e ognuno dice la sua.
Tredici anni fa un orso ha scosso gli animi di questa comunità. L’orso è arrivato e ha diviso, e come una leggenda, è subito stata caccia alle streghe. Tra chi lo vuole o chi no, chi lo mitizza e chi lo demonizza, è stata una battaglia molto sentita e combattuta anche in piazza e nei ritrovi comuni. Le voci giravano e divampavano in questa piazza che di roghi ne aveva già conosciuti tanti. Poi M13, questo il suo nome, è stato preso e le armi son state deposte. Ma è di qualche settimana fa la notizia di un nuovo avvistamento. Un altro orso, questa volta non collarato quindi molto più misterioso, si sta avvicinando a Poschiavo. Cosa dirà la gente? Ricomincerà a parlare? Le voci raccolte in questo “Laser” raccontano – anche - questo.
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