Balena (iStock)

Il virus dell’informazione e del linguaggio

di Alessandro Bertellotti e Sabrina Faller

Il presidente della repubblica francese Macron ha parlato di guerra, mentre l’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, ha paragonato l’attuale situazione “ad un fungo atomico che ha travolto tutto”, il portavoce per le questioni di salute pubblica statunitense Jerome Adams ha citato Pearl Harbour e l’11 settembre. E non sono gli unici casi: il linguaggio utilizzato nei mezzi di comunicazione di massa confronta l’attuale emergenza coronavirus ad un conflitto. Spesso i termini sono simili se non identici, e portano come conseguenze ad una catena di comando quasi esclusivamente gestita da uomini. Le donne sono escluse o ricoprono ruoli di secondo piano, mentre negli ospedali, al “fronte” insomma, dottoresse, infermiere e virologhe, svolgono gli stessi compiti degli uomini.

“Moby Dick” si soffermerà anche sul delicato ruolo dell’informazione e dei social media. Da più parti si sollevano critiche su come le notizie e gli aggiornamenti sulla pandemia e sugli interventi siano veicolati in modo univoco e senza la possibilità di verifica della correttezza delle informazioni, non solo in Ticino ma anche in altre realtà. Quale ruolo assumono in questo frangente sia le fonti di informazione sia le voci critiche sull’operato delle istituzioni?

Con il linguista Alessio Petralli, l’economista Maria Luisa Parodi, lo storico Orazio Martinetti, i giornalisti Andrew Spannaus e Michele Fazioli, e Dick Marty, già esponente politico e procuratore pubblico del Canton Ticino.

 

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