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Il progetto „Kinder der Landstrasse“

di Simona Boscani Leoni

Oggi, la storia
Lunedì 06 giugno 2016 - 07:05

 

Si tratta di un progetto che la fondazione Pro Helvetia, assieme alle autorità di vari cantoni, intraprese dal 1926 al 1973 sotto l’egida di Alfred Siegfried (1890-1972). L’idea di Siegfried era che occorresse “educare” i figli di famiglie nomadi svizzere togliendoli dal proprio nucleo famigliare per metterli in affido presso famiglie sedentarie o in istituti, facendone in questo modo delle persone “integrate” e “utili” per la società. Proprio a questo fine nacque lo “Hilfswerk für die Kinder der Landstrasse”. Da quest’azione furono toccati centinaia di bambini provenienti da quattro cantoni e in particolare dai Grigioni. I ragazzi venivano spesso mandati in orfanotrofi e sottoposti a trattamenti molto duri. Parecchi furono utilizzati come manodopera per i lavori più umili, come garzoni presso famiglie contadine. Che più della metà dei bambini e delle bambine coinvolti nel progetto provenisse dal canton Grigioni non è un caso. Si tratta, infatti, di bambini cresciuti in famiglie di vaganti legate alla cultura nomade degli Jenisch.

Tutto questo fu possibile grazie a un generale processo che si estremizzò nel corso del XX secolo e che vedeva nel modello di vita nomade un sostanziale pericolo per la società sedentaria: l’idea centrale del progetto “Kinder der Landstrasse” era, infatti, – detto in modo un po’ crudo - di “civilizzare” dei modi di vita considerati “selvaggi”, tagliando le radici dei ragazzini, sottraendoli alla famiglia e cercando di trasformarli in cittadini “conformi” a regole a loro estranee.

Il progetto terminò solo negli anni ’70 e dal 1986 si cominciò a parlare apertamente delle colpe di Pro Helvetia e del sostegno delle autorità cantonali e federali al progetto e il parlamento concesse un credito di 11 milioni per risarcire le vittime.

Questo episodio molto recente della storia svizzera è per me molto simbolico e mostra tutti i rischi di una società insicura delle proprie radici e incapace, proprio per questo, di offrire spazi alla diversità.

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