Giovanni Venosta: i Magma, avventurosi e visionari

di Claudio Farinone

Nel 1970 il poderoso batterista francese Christian Vander si inventa che lui stesso e i membri della band in realtà provengono dal pianeta di Kobaia, parlano ovviamente il kobaiano, una vera e propria lingua con tanto di grammatica e dizionario (che può avere assonanze col tedesco e l’ungherese), e che sono tornati sulla terra (in origine erano terrestri emigrati nello spazio disgustati dal degrado della loro civiltà) per ridare pace e armonia, non prima di averci scosso per benino. Il “Mekanïk DestruktïwKommandöh” - titolo del loro terzo album del 1973 - è una sorta di manifesto di questo avvento, di questa marcia minacciosa e trionfale. Il messaggio è veicolato attraverso una musica che propone un insolito mix di jazz-rock (oggi si direbbe “prog”, ma allora quella parola non esisteva), dove la parte jazz è il modalismo spirituale coltraniano degli anni ‘60, con un “drive” ossessivo e marcato preso in prestito dal rhythm’n’blues, più riferimenti classici tratti da alcuni compositori del primo ‘900, dal primitivismo di Stravinsky e Bartok, e la pagana forza motrice corale di Carl Orff, insieme a certa magniloquenza wagneriana. A distanza di più di 50 anni dalla loro fondazione sono ancora in piena attività, concertistica e compositiva. Partecipare ad un concerto dal vivo dei Magma è un’esperienza sensoriale, per occhi e orecchie, dove virtuosismo ed espressività sono sempre ai massimi livelli. In questa puntata di “Juke Box 900”, il musicista e compositore milanese Giovanni Venosta ci accompagna in un percorso avvincente nella loro musica.