Musica bastarda. Frank Zappa 25 anni dopo (2./2)

di Claudio Farinone

Frank Vincent Zappa morì il 4 dicembre 1993. Venticinque anni dopo la sua fisionomia consegnata alla memoria collettiva è in prevalenza quella della rockstar genialoide il cui costume abituale era quello del provocatore che trasgrediva sistematicamente tutte le convenzioni, a cominciare da quelle dei generi musicali, per finire con quel comune senso del pudore che è stato costantemente uno dei suoi bersagli preferiti. In anni recenti la musica di Zappa circola sempre più di frequente, ma non nei circuiti del rock, dell’underground, bensì nei teatri, negli auditorium, nei festival, ad opera non tanto di tribute band (ci sono anche quelle, ma sono marginali), bensì di orchestre e ensemble di musica contemporanea o classica addirittura. Sembra un altro Zappa, ma non è così. Durante tutta la sua vita il compositore di Baltimora che, per guadagnarsi da vivere – sono parole sue – suonava la chitarra, si sforzò di far accettare le sue numerose e complesse partiture per orchestra, per complessi da camera o per pianoforte. Ma tanto facilmente riusciva a soggiogare l’uditorio del pop e del rock con la sua musica corrosiva e inimitabile, tanto difficile gli riusciva il conquistare il rispetto degli ambienti accademici che in lui vedevano in primis il buffone, di genio, ma pur sempre buffone. Oggi questa visione miope e schizoide sta completamente saltando, e quella di Zappa comincia a delinearsi come una lezione di ricchezza (e difficoltà) eccezionali.
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