Lawrence Brownlee (Keystone)

Black Voices Matters: incontro con Lawrence Brownlee

di Paolo Borgonovo

Lawrence Brownlee, afroamericano, è uno dei più stimati tenori rossiniani di oggi. Abbiamo voluto incontrarlo per parlare di un tema che gli sta a cuore, ossia il razzismo nel mondo dell’opera. Un afroamericano sente il razzismo tutti i giorni: quando non si trova in un ambiente protetto o in un “ghetto”, ci racconta il tenore, si sente sempre tenuto a giustificare la propria presenza, a far sentire a proprio agio gli altri e a dimostrare di non essere un malintenzionato. Curiosamente, nel mondo dell’opera la cosa si è aggravata negli ultimi anni e in tutto il mondo, da quando al primo posto non è più la voce, bensì l’immagine. Lo strapotere dei registi e dei drammaturghi di oggi, che decidono i cast più dei direttori musicali, fa sì che ogni cantante, prima ancora di essere valutato per la propria voce, debba uniformarsi al loro stereotipo estetico. Se un tempo l’espressione “la tua voce non è ancora pronta al ruolo” valeva come un codice eufemistico per nascondere la verità, oggi accade che un teatro tranquillamente rescinda un contratto perché “il regista non sapeva che eri nero, e ha deciso che in scena non è bello a vedersi, non funziona, a meno che tu non sia Otello”. E questo vale ancora di più per le voci femminili: grandissime cantanti che hanno fatto la storia della musica oggi forse non troverebbero spazio sui palcoscenici perché di pelle nera o non abbastanza magre. Eppure, ci racconta Brownlee, se ci sono moltissimi cantanti di colore oggi che meriterebbero altri ruoli che non siano Aida, Otello, Porgy, Bess... In ogni caso, per togliersi almeno qualche soddisfazione, Brownlee ha appena inciso un CD di duetti rossiniani con l’amico e collega (bianco) Michael Spyres, ove nessun regista o impresario ha potuto sindacare sui tratti somatici dei cantanti.

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