I primi gol del Mondiale che è iniziato, fra emozioni, reti, partite non esaltanti, previsioni e commenti: la grande rassegna iridata ha dunque preso avvio con le vittorie del Messico e della Corea del Sud ma il nostro sguardo è già rivolto all’esordio della nazionale svizzera domani sera a San Francisco con il Qatar. Come sono arrivati i rossocrociati a questa Coppa del Mondo? A quale traguardo possono ambire? Dopo sei consecutive partecipazioni, questa sarà la volta buona per l’agognata qualificazione ai quarti di finale dopo tre ottavi di finale sempre raggiunti nelle ultime tre edizioni iridate? Poi spazio anche ai tifosi: i loro sogni sono ancora legati al pallone oppure oramai il calcio odierno e gli stadi sono pensati più per dei clienti paganti che per dei veri e autentici sostenitori? Ha ragione Mauro Berruto quando scrive che una volta il centro della narrazione era ancora la passione per il gioco e che il calcio era prima di tutto identità, era l’illusione che i campioni appartenessero, almeno un poco, alla comunità che li aveva adottati, nonostante esistessero già il denaro, il potere e gli interessi? “Il Mondiale, manifestazione teoricamente ideale per parlare il linguaggio universale del pallone, appare oggi inserito dentro una gigantesca macchina economica e geopolitica. Le federazioni, i broadcaster, gli sponsor globali e gli interessi strategici degli Stati hanno acquisito un peso infinitamente superiore all’aspetto romantico dello sport più diffuso sul pianeta. Colpisce anche un altro fatto: a custodire il fuoco della passione calcistica restano soprattutto Europa, Sudamerica e Africa. Luoghi diversissimi tra loro, ma accomunati dal fatto di non contare quasi nulla negli scenari geopolitici moderni e da un rapporto con il calcio che continua a essere prima di tutto sentimentale. Altrove, dove si stanno spostando ricchezza e influenza, il calcio è sempre più spesso un investimento, uno strumento di soft power, una leva economica. Il sudamericano Borges, insomma, aveva visto lontano. Il calcio contemporaneo è diventato autoreferenziale, produce racconti che servono soprattutto a sostenere altri racconti, lo spettacolo non deve necessariamente essere bello: deve soprattutto generare nuove occasioni di consumo. Persino il rapporto tra i campioni e i tifosi si è trasformato. Ha fatto discutere la notizia che l’autografo di Lamine Yamal sarebbe stato affidato alla gestione commerciale di un’agenzia specializzata. È il segno dei tempi: perfino un autografo, quel gesto minimo e gratuito che trasformava per sempre un pomeriggio di un bambino, diventa un prodotto. Se vuoi un ricordo, lo acquisti. Se vuoi un’emozione, passi dalla cassa. Forse è proprio questa la condanna a morte del vecchio calcio: il processo di trasformazione da «tifosi» a «clienti»”. Dell’evoluzione tecnica, sociologica, tecnologica e filosofica del football e di altri argomenti d’attualità parliamo nella puntata odierna con le analisi e le riflessioni di quattro esperti: Paolo Laurenti, inviato della RSI ai Mondiali; Enrico Carpani, giornalista e già dirigente della RSI; Giorgio Genetelli, giornalista sportivo e scrittore; e Mauro Berruto, ex commissario tecnico plurimedagliato della nazionale italiana maschile di pallavolo, dirigente sportivo, giornalista, scrittore e docente.
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