Che siano chip, microchip, circuiti integrati, dispositivi semiconduttori, stiamo parlando dell’elettronica che fa funzionare il mondo nel quale viviamo. Senza di essi, quasi nulla di quanto utilizziamo ogni giorno funzionerebbe: dall’automobile, alla lavatrice, al telefonino, al computer, alla carta di credito al forno a microonde, ecc.… Ci siamo accorti della nostra dipendenza da questi piccoli oggetti (sovente di pochi millimetri) quando la loro carenza ha prodotto effetti a catena nei sistemi di produzione, a cominciare dall’industria automobilistica. La pandemia Covid-19 ha innescato una crisi globale, i cui effetti hanno scoperchiato un vaso di Pandora. I chip sono indispensabili in tutto il mondo, ma per produrli ci voglio capacità industriali e materie prime che detengono in pochi. L’Asia è il fulcro attorno al quale si gioca una partita dai risvolti geopolitici, tecnologici e industriali imprevedibili. Corea del Sud e Taiwan sono tra i principali produttori di chip, mentre la Cina detiene gran parte delle risorse globali di materie prime per la loro fabbricazione; Dal canto loro Stati Uniti ed Europa, principali mercati di dispositivi elettronici, temono la dipendenza dall’Asia e soprattutto la debolezza strutturale derivante dalla mancanza di materie prime e di industrie capaci di coprire il fabbisogno di chip per l’industria. Da qui l’iniziativa di paesi come la Germania che cercano di riguadagnare terreno, mentre l’UE cerca un equilibrio tra gli interessi protezionistici americani e le tensioni geopolitiche in Asia con la Cina che non vuole entrare in recessione. La sfida dei chip è molto più vasta di quanto non appaia e riguarda anche la Svizzera.
Ne parliamo con:
Alberto Prina Cerai, analista internazionale, esperto di materiali critici
Angelo Consoli, esperto di tecnologia elettronica, professore alla SUPSI
Alessandro Longo, giornalista esperto di politiche digitali
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