di Giancarlo Dionisio
Dalle calde coste del Mar Nero, ogni mattina il bus numero 20 mi consente di percorrere metà della tratta verso i siti del fondo e del biathlon, dove per altro la temperatura non è molto inferiore. La legge del noto antropologo lettone, dottor Sfighis, è sempre in agguato: si tratta di quel principio che fa in modo che quando hai fretta il potente mezzo venga affidato a Dimitri Lumakov; invece quando sei sciallo sciallo, hai tutto il tempo e vorresti leggere o appisolarti, al volante ti ritrovi Ivan Vettelov, che ti fa stare in punta di sedile fino al primo controllo.
Dopo circa un'ora infatti il bus entra in un tendone dove 2 poliziotti ispezionano il fondo del torpedone con un visore munito di specchio, un altro controlla i vani portabagagli mentre un volontario scannerizza i nostri pass. È finita, direte! No. Dentro in un prefabbricato, nuovo scanning dei nostri pass, poi metal detector. E qui il vecchio cronista con protesi all'anca destra suona come la slitta di Babbo Natale, altro che Jingle Bells. Aiuto qui mi smontano. Eh no. Una discreta palpatina superficiale e ti dicono OK. (Ma chissà poi perché gli uomini debbano essere perquisiti dagli uomini e le donne dalle donne. Nella omofoba Russia uno si aspetta altro).
Il problema in realtà è un altro. Si presenta un uomo titanico, con potenziale bomba integrata e lo lasci passare così tranquillamente? Tirem innanz. Superato questo controllo sali su un altro bus, il 18. Viaggio breve fino alla cabinovia. Questa fase, per la gioia dei pendolari, si risolve con solo l'ennesima scannerizzazione del pass. Si sale ai monti e se sei sistemato sulla panca giusta hai una visione idilliaca della valle che scende verso Adler e Sochi, mentre con la coda dell'occhio cominci a scorgere a sinistra l'imponente catena caucasica innevata. Ci siamo? Nooooo! A piedi devi attraversare un tunnel ipertecno alla cui uscita trovi, finalmente, l'ultimo mezzo, un minibus. Fondamentale ricordare agli addetti le parola chiave: cross country o biathlon, da pronunciare chiaramente almeno due volte per evitare di ritrovarsi nello stadio sbagliato. Il viaggio è breve e prevede uno stop al villaggio degli atleti. Stamattina ho viaggiato con le canadesi della staffetta. Una mi ha detto che le americane erano le favorite, forse ber gettare loro il malocchio, visto che sono arrivate none.
Eccoci qua. Lo stadio del fondo, le piste, la corona di monti, uno spettacolo idilliaco. Due ore di viaggio (più due al ritorno), ma ne vale la pena. Dai che ci facciamo un caffè. Eh eh sognalo. Un ristorante è riservato alla famiglia olimpica di cui i giornalisti non fanno parte. Un secondo è per atleti, tecnici e service man. Un terzo locale è pubblico, ma non ha il caffè. Poco male, anche senza caffeina per far salire l'adrenalina bastano le imprese di un certo Dario Cologna.



