Incastonata tra l’autostrada e l’aeroporto di Agno, nel limite est del Comune di Muzzano, c’è una piccola realtà sportiva che è anche – e soprattutto – una grande famiglia. Disputa il campionato di LNB, dominandolo, e avrebbe tutti i presupposti per giocare in A se non ci fossero degli ostacoli logistici difficili da superare per un piccolo club. È il Rugby Lugano, che da ormai quasi vent’anni ha portato lo sport della palla ovale sulle rive del Ceresio, con tutto il suo bagaglio precipuo di valori umani e sociali.
Anche se dovessimo vincere la finale, staremmo comunque in Serie B. Per andare a giocare in A ci servono almeno 60 giocatori. Oggi abbiamo circa 45 tesserati
Juan Carlos Schümperli, presidente Rugby Lugano
La vicenda è abbastanza particolare. Fin dall’anno della sua fondazione, nel 2007, il Lugano ha dimostrato di essere una squadra competente e competitiva e in costante ascesa. Immediata promozione in LNB e poi, nel 2013, la prima promozione in A. Nel 2016 però cambiano le regole e, da allora, ha tentato una sola altra volta (nel 2023-24) l’avventura nell’élite. “Andare fino a Ginevra, dove si trova la maggior parte delle squadre, significa fare 1000 chilometri in un giorno con due squadre perché è il (nuovo, ndr) requisito per giocare in Serie A – ci ha spiegato il presidente Juan Carlos Schümperli – I nostri giocatori sono tutti amatoriali, hanno famiglie e quindi la squadra soffre molto e alla fine rischi di perderli. Siamo sempre saliti per merito e retrocessi per scelta”.
Gruppo, famiglia e convivialità. Arrivando al campo un giovedì di inizio maggio a due giorni dall’importante appuntamento con la semifinale del campionato si percepisce che qui la socialità ha un ruolo ben preciso. I bambini e i ragazzi si allenano e giocano, i genitori chiacchierano alla buvette che propone un piatto e diverse bibite. Da un’utilitaria escono tre colossi che ti chiedi come facessero a starci dentro. Stanno arrivando alla chetichella i giocatori della prima squadra che, dopo una giornata di lavoro, sono pronti a preparare con dedizione, ma anche con sana spensieratezza, la sfida che li attende. Fatte le interviste con presidente e allenatore, attendiamo il capitano, che arriva vero le 20h15 quando l’allenamento è iniziato da diversi minuti. È stato trattenuto al lavoro. “Diciamo che se non si hanno grossi problemi in ufficio o negli altri posti di lavoro, allenandoci tardi è piuttosto facile conciliare sport e lavoro – ci ha spiegato per l’appunto Alessandro Santarelli – È una disciplina che richiede un’ottima preparazione atletica che non sempre è facile ottenere, soprattutto quando non ci si può dedicare interamente allo sport”.
Assolutamente coach. Mister è un termine calcistico. Nel rugby ci si chiama per nome, per soprannome o al limite coach. Mai mister
Sergio Azzolari, allenatore Rugby Lugano
A proposito dello sport, il rugby è poco conosciuto e poco praticato in Ticino. “Fare paragoni con altri sport è un po’ ostico perché in primis si gioca in 15, si gioca con un pallone ovale, si può passare solo all’indietro – ci ha spiegato l’allenatore Sergio Azzolari - Esistono delle fasi statiche che in effetti sono molto traumatiche per il giocatore, perché si parla di mischie dove quindi c’è un incontro di forze opposte di otto uomini. Quindi parliamo di 900 kg, almeno, per parte che si scontrano. Ci sono delle fasi aeree: quando la palla va fuori va fatta la rimessa laterale, c’è un sollevamento e una presa al volo. Quindi diciamo che come similitudini con altri sport… poche. È un gioco che non è mai individuale, nel senso che può esserci il fuoriclasse, ovvio, come in tutti gli sport. Può fare la differenza? Sì, ma da solo non farà mai nulla. Se sono un giocatore di rugby devo fidarmi dei miei compagni, devo affidarmi ai miei compagni e i miei compagni devono affidarsi a me”.
Ecco, bastano queste poche parole per entrare in una disciplina che si può praticare fin da piccolissimi. “A Lugano abbiamo tutte le categorie dalla U8 in su. E tutte giocano a livello nazionale – ha spiegato il presidente Schümperli – Ovvio il gioco evolve con l’età, i ragazzi per esempio iniziano a placcarsi e ad avere una certa intensità dalla U12 o U14”.
Senza il terzo tempo, senza questa interazione tra belligeranti, non sarebbe rugby
Sergio Azzolari
Ma c’è ancora un aspetto che va trattato e che forse è il più conosciuto anche per chi segue solo marginalmente il rugby ed è quello del terzo tempo: un dovere di ospitalità, un momento conviviale che crea senso di appartenenza si potrebbe definire in estrema sintesi. “Occorre partire dal presupposto che per 80 minuti vengono sospese le buone maniere, mentre prima e dopo si torna ad essere gentiluomini – ha spiegato Azzolari - Quindi è il dovere di ospitalità della squadra ospitante di intrattenere la squadra ospitata, offrendole, nel nostro caso, un piatto di pasta. In altre parti del mondo c’è addirittura una reception, quindi tutti in giacca e cravatta”. Un dovere di ospitalità che crea “un gruppo che va oltre i colori, per cui tu riconosci gli avversari. Ti riconosci e hai questo grosso senso di appartenenza che, oltre alla tua squadra, è allo sport in generale”, ha concluso capitan Santarelli.
Rugby, il servizio sul Rugby Lugano (13.05.2026)
RSI Sport 13.05.2026, 18:00
Rugby, l’intervista completa a Juan Schuemperli (13.05.2026)
RSI Sport 13.05.2026, 18:02
Rugby, l’intervista completa a Sergio Azzolari (13.05.2026)
RSI Sport 13.05.2026, 18:01
Rugby, l’intervista completa ad Alessandro Santarelli (13.05.2026)
RSI Sport 13.05.2026, 17:59
