Nel 2010 si mise in tasca un vero e proprio biglietto per l'inferno (Wikimedia Commons)

Alex Owumi, in fuga da Bengasi

L'incredibile storia del giocatore di basket finito nel pieno delle rivolte libiche

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di Marcello Ierace

La vita dello sportivo professionista può riservare diverse sorprese. Ed era pronto a tutto Alex Owumi quando nel 2010 firmò un contratto con la squadra dell'Al-Nasr di Bengasi, ma mai avrebbe immaginato di mettersi in tasca un vero e proprio biglietto per l'inferno. Dopo una brutta esperienza in Macedonia Owumi, americano nato nel 1984 in Nigeria, accetta così senza pensarci troppo la proposta dell'Al-Nasr, la squadra di Bengasi, in Libia.

Viene accolto come una star, portato al suo nuovo alloggio, una residenza piena di lussi ma anche di fotografie di un uomo in divisa. Owumi chiede lumi ad Ahmed, il capitano della squadra che lo ha accompagnato. "Davvero non sai chi è? - gli dice Ahmed - Quello è il colonnello Gheddafi. L'Al-Nasr è la sua squadra, tu giochi per lui e per la sua famiglia”. La situazione non è normale, ma per Owumi il trattamento è speciale. Il 17 febbraio del 2011 però tutto cambia. "All'improvviso i militari sono arrivati e hanno iniziato a sparare sulla folla", ricorda Owumi. È l'inizio della Primavera Araba.

I giorni passano, la rivolta non si placa e Owumi resta bloccato nell'appartamento. "Dopo due giorni era tutto esaurito. Ho iniziato a bere l’acqua del gabinetto e a mangiare scarafaggi e vermi che trovavo nei vasi di fiori sul balcone". Dopo sedici giorni riesce ad avere un contatto con il compagno Moustafa Niang e fuggono verso l'Egitto. A Sallum, al confine tra Libia ed Egitto, vengono fermati, arrestati e messi in isolamento. Dopo tre giorni riescono a fuggire, corrompono un autista di autobus, e si fanno portare ad Alessandria. È la fine dell'incubo. Oggi Alex soffre ancora di disturbi post-traumatici da stress, un problema che lo ha portato ad un passo dal suicidio ma con cui, ora, ha imparato a convivere anche grazie al basket.

 

 

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