di Pietro Filippini
Un pugno allo stomaco che fa male, molto male. Si è chiuso così, brutalmente, il Mondiale della Svizzera. Quello delle grandi speranze, della caccia all'oro, quello delle attese, infine, disattese. Forse Fischer e protetti hanno creduto di essere più competitivi di quanto non fossero - e lo abbiamo pensato tutti -, forse, semplicemente, la Svizzera non è ancora al livello che si vorrebbe.
Quattro qualificazioni consecutive ai quarti di finale dei Mondiali. Certo, nel mezzo pure lo smacco delle Olimpiadi 2018 (eliminati negli ottavi dalla... Germania), ma resta il fatto che sì, la Nazionale rossocrociata ha fatto dei passi avanti, è cresciuta di livello e in consapevolezza dei propri invidiabili mezzi. Nelle ultime tre edizioni, una finale (persa ai rigori) e due sconfitte dopo il 60’, acciuffati negli istanti finali dei tempi regolamentari. Dati confortanti, lato di una stessa medaglia che mostra però anche che manca qualcosa per il prossimo passo.
Come spiegare, altrimenti, il terzo tempo di ieri contro la Germania? Sono mancati personalità, sangue freddo e leadership, qualità che vanno oltre le doti tecniche, tattiche e fisiche. È stata una Svizzera - sul più bello - timorosa, paralizzata dalla paura di perdere una partita che tutti si aspettavano che vincesse. Questo è lo sport, questo è l'hockey, fatto di dettagli (non fosse caduto in extremis il pareggio tedesco, faremmo tutt'altre valutazioni, va ammesso) e, non andrebbe mai dimenticato, di avversari. La Germania non è una superpotenza dell'hockey mondiale, ma non lo è nemmeno la Svizzera. La Germania è nel posto che oggi merita di occupare, la Svizzera, ahinoi, anche. Oggi è così, domani, guardando avanti con giustificata fiducia, potrà essere diverso.
Mondiali di Riga, il rigore decisivo di Noebels contro la Svizzera (03.06.2021)
RSI Sport 03.06.2021, 19:45



